I racconti dalle terre piumate di Pietro Fachini

I racconti dalle terre piumate di Pietro Fachini

Giorgia Massari · 2 mesi fa · Art

Come un gatto nell’intimità del processo, le fotografie di Martina Marzola ci permettono di entrare nello studio di Pietro Fachini (Milano,1994), l’artista presentato da ArtNoble Gallery lo scorso 8 febbraio. Con la sua prima mostra personale, Fachini entra nella scena artistica milanese con i suoi «racconti dalle terre piumate», come anticipa il titolo concepito dal curatore Arnold Braho. L’immaginario è immediatamente delineato. Storie da altre terre, come quelle naturali che Fachini usa per dipingere. Piumate, come il primo dipinto che accoglie il visitatore in galleria. Il percorso espositivo è un susseguirsi di «meditazioni visive», come le descrive l’artista, opere che non sono generate per le persone, quanto piuttosto per stimolare i loro occhi. Il corpus di opere esposto da ArtNoble raccoglie la più recente produzione, realizzata da Fachini in terra sarda, completamente immerso in un bosco di sughere, le cui trame, insenature e ritmi sono per lui come una tenera ossessione che si ripete in ogni tela. L’esposizione include anche delle prove di colore, oltre a un tavolo d’archivio contenente reperti naturali raccolti direttamente da Fachini, offrendo allo spettatore uno sguardo reale e tangibile all’interno dei viaggi dell’artista tra il Sud America e l’Italia.

Racconti dalle terre piumate, Installation view, ph credit M. Pedranti

Il sistema magico del bosco

Addentrandoci metaforicamente nel bosco frequentato da Pietro Fachini è subito chiaro il suo rapporto viscerale e intimo con la natura. «Nel bosco non sei mai da solo,» ci racconta Pietro davanti a un caffè, «il bosco si trasforma in un universo altro, metafisico, surreale, popolato da creature che uno ignora ma che ci sono». Togliendo l’uomo dal centro, o meglio dall’alto, l’artista riconosce la sua non-solitudine e percepisce la sfera naturale come viva, in movimento. Fachini guarda quello che lo circonda con una lente fiabesca, tale per cui tutto tutto è animato. «Solo chi si isola fisicamente riesce a entrare in una dimensione altra, quando cammino tra le sughere davvero ti lanciano delle ghiande, tutti sono coscienti della presenza di tutti. È veramente un sistema magico, anche se in realtà è molto reale. Probabilmente è il fatto che ne siamo così distanti a renderlo fiabesco. Ritorni a quel mondo che ti ha fatto nascere, un mondo senza servizi». Sono proprio le sughere, con la loro corteccia porosa, a diventare protagoniste indiscusse delle sue tele. Il loro moto irregolare assorbe l’artista che traspone con una pittura meticolosa e istintiva ogni dettaglio. È proprio l’istinto a dettare la forma definitiva, che emerge solo alla fine, senza premeditazione. Ciò che l’artista controlla è circoscritto a piccoli recinti immaginari, entro cui ha modo e spazio di eseguire dei veri e propri esercizi di attenzione che emergono come manifestazioni spontanee.

Ph credits M. Pedranti

La genesi e l’epilogo

Il percorso espositivo è delicato e narrativo. Le sughere di cui abbiamo parlato sopra sono introdotte e concluse da due dipinti significativi per l’artista, appesi sulle pareti opposte di uno stesso muro, come due facce della stessa medaglia. Costanza nel disequilibrio e La crepa. Il primo raffigurante una piuma poggiata su un tronco, il secondo un uovo in un nido che fluttua nel vuoto. Quest’ultimo, posto alla fine del percorso, è in realtà la genesi della ricerca di Fachini. Figlio del suo periodo di lavoro con il maestro Maurizio Bottoni e della sua fascinazione per il lavoro dei surrealisti, in particolare Max Ernst. Per un lungo periodo rimasto incompleto, Pietro lo completerà solo al rientro del suo viaggio in Amazzonia aggiungendo la crepa ambigua, schiusa dalla vita o rotta dall’esterno. Lo stesso viaggio, quello in Colombia, ha aperto in lui diverse strade. Dal sovvertire la percezione del tempo allo studio dei colori, che oggi realizza grazie all’aiuto del professore Marco Fantuzzi, al quale invia le terre raccolte personalmente, convertite poi in pigmenti pittorici.

Il corpus di opere presenti da ArtNoble è sfaccettato, ambiguo e criptico. Nei monotipi prodotti in serie è ancora più evidente questo aspetto che, con semplicità, si risolve nella pratica meditativa, approfondita durante la residenza di Tagli a Stromboli. Se da un lato le trame intricate e fluide innescano un enigma, dall’altro l’intenzione di Pietro Fachini è chiara, accettare il non controllo delle cose e degli eventi per questo, ci dice, «l’idea è quella di generare qualcosa che stimoli l’occhio umano, tentare vagamente di proporre meditazioni visive. Quello che vedi nelle mie opere è esattamente quello che stai guardando, non c’è altro, quel qualcosa in più viene riempito dalla tua esperienza, ma di base non è altro che una manifestazione spontanea».

Natural dyes from the Amazon rainforest on paper, Ph credits M. Pedranti
Ph credits Martina Marzola
ph credtis Martina Marzola

Ph Credtis Cover Martina Marzola
Courtesy ArtNoble & Pietro Fachini

I racconti dalle terre piumate di Pietro Fachini
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I racconti dalle terre piumate di Pietro Fachini
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Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump

Collater.al Contributors · 24 ore fa · Photography

Di Giulia Frump ne abbiamo già parlato qui ma non potevamo non parlare di MAPS, il progetto della fotografa risalente al 2019 oggi in mostra da MIA Photo Fair, fino al 14 aprile. L’intenzione di questo racconto visivo è quella di ricostruire questo legame apparentemente invisibile col mondo naturale attraverso fotografie, mettendo a confronto elementi tanto diversi quanto simili. Questa riflessione nasce dal mondo in cui viviamo, fatto di connessioni sempre più frequenti e facilitate dove il contatto fisico viene meno ogni giorno di più. Una considerazione fatta da moltissimi, sopratutto post COVID-19, ma che continua ad affascinarci.

Quello di Giulia Frump è un progetto che parla anche di accettazioni verso il corpo che cambia, sull’invecchiamento e sul dover sapersi fermare. I soggetti sono tutti femminili: donne che «hanno scelto di mostrare senza timore quelli che socialmente possono essere visti come difetti (macchie della pelle, rughe, capelli bianchi, cicatrici, vene e altro), offrendo un’immagine genuina dei numerosi cambiamenti che avvengono durante la vita, abbracciandoli e lasciando che la fotografia le aiutasse a compiere un processo di accettazione» come ci racconta la fotografa.

Insomma, questa nuova realtà ci avvicina a mondi lontanissimi ma simultaneamente mette in disparte la nostra appartenenza al mondo naturale, ormai relegata a pochi momenti della nostra quotidianità. Questo snaturamento ha dato però il via a MAPS che già nel 2019 ragionava su queste tematiche.

Il riavvicinamento alla natura di Giulia Frump
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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore

Tommaso Berra · 18 ore fa · Photography

Basta ascoltare le conversazioni che nascono dentro la propria testa a Cecilie Mengel per immaginarsi come potrebbero essere rappresentate fotograficamente. L’artista danese e ora residente a New York realizza scatti che sono dialoghi interiori nati dagli stimoli che lei stessa riceve da ciò che la circonda e dalle persone con cui si trova a vivere momenti molto quotidiani.
Il risultato è una produzione artistica che è contraddistinta da una forte varietà nei soggetti e nelle ambientazioni, così come nello stile, una volta documentaristico, altre volte più vicino a una certa fotografia posata e teatrale. Si passa da scatti rubati in casa durante una conversazione a dettagli di una latta di salsa Heinz trovata nel porta oggetti di un taxi, tutto ricostruisce una storia comune e quotidiana.
Anche la tecnica di Cecilie Mengel rispecchia questa stessa idea di varietà. L’artista infatti combina fotografia digitale e analogica, in altri casi la post produzione aggiunge segni grafici alle immagini. Le luci talvolta sono naturali altre volte forzatamente create con il flash, creando un senso d’insieme magari meno omogeneo ma ricco di suggestioni e raconti personali.

Cecilie Mengel è stata ospite della mostra collettiva ImageNation a New York, dal 10 al 12 marzo 2023 a cura di Martin Vegas.

Cecilie Mengel | Collater.al
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Le foto di Cecilie Mengel sono un dialogo interiore
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I non-luoghi di Nanni Licitra

I non-luoghi di Nanni Licitra

Giorgia Massari · 2 giorni fa · Photography

Le fotografie di Nanni Licitra (1988) si concentrano principalmente sui non-luoghi, spazi anonimi e impersonali che costellano le periferie urbane. Licitra trasforma queste zone marginali in scenari altri, che acquistano un nuovo significato. Stiamo parlando della serie Hell end in Hell, le cui immagini sono riflessi emblematici di una società in trasformazione, dove l’individuo lotta per trovare un senso di appartenenza e identità in un contesto sempre più caotico e alienante. La serie, vincitrice del Grant di Liquida Photofestival, in mostra a Torino dal 2 al 5 maggio, è una vera e propria analisi socio-culturale che riflette in toto le contraddizioni della società contemporanea.

nanni licitra

Nanni Licitra ha iniziato la sua ricerca fotografica nel 2008 concentrandosi esclusivamente sulla fotografia analogica. Questa scelta non è casuale; infatti, la fotografia analogica richiede una pazienza e una precisione che si riflettono nel suo approccio distaccato e contemplativo. Licitra si pone come uno spettatore attento delle realtà che lo circondano, privilegiando uno sguardo che va oltre le apparenze per cogliere l’essenza delle cose. L’utilizzo dell’analogico da parte di Licitra non è solo una scelta tecnica, ma rappresenta anche una dichiarazione di intenti. In un’epoca dominata dalla velocità e dall’effimero delle immagini digitali, il fotografo siciliano opta per un ritmo più lento e contemplativo, che permette di approfondire le tematiche trattate e di trasmettere un senso di nostalgia e malinconia tipico dei non luoghi.

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Courtesy Nanni Licitra

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Alec Gill e la storia di Hessle Road

Alec Gill e la storia di Hessle Road

Anna Frattini · 3 giorni fa · Photography

Alec Gill è un fotografo, storico e psicologo inglese nato a Hull, una città nella contea dell’East Riding dello Yorkshire, notoriamente portuale. Qualche anno fa è partita una raccolta fondi su Kickstarter per celebrare i cinquant’anni dalla prima foto realizzata per il progetto dedicato a Hessle Road con un libro e ne parliamo qui oggi. L’archivio di 7,000 fotografie – scattato con la sua Rolleicord twin-lens reflex – risale al decennio fra il 1970 e il 1980. Sono 240 le immagini finite in The Alec Gill Hassle Road photo archive e in ognuna di queste si respira a pieni polmoni l’atmosfera di un momento storico difficilissimo per gli abitanti. Si tratta del declino dell’importazione della pesca e le demolizioni della mass housing nella zona.

alec gill photo archive

The Alec Gill Hassle Road photo archive

Il libro, lanciato il 18 maggio scorso, è stato scritto e pensato a Iranzu Baker e Fran Méndez. In questa intervista di Port, Baker racconta alcuni aspetti del lavoro con Alec Gill. Il fotografo – nel corso della stesura del libro – si è infatti dimostrato «estremamente curioso, determinato e dedicato». In quegli anni, Gill si è concentrato anche sulla mancanza di aree gioco per i bambini e sul modo in cui le generazioni più giovani si sono adattate ai cambiamenti nella zona. Un altro obbiettivo è sicuramente stato quello di fermare il tempo prima della fine di un’era. Quella della pesca nella zona, terminata con le Cod Wars a partire dal 1958 fino al 1972 e al 1975. Un pezzo di storia che grazie a Gill non è stato dimenticato.

Quella di Gill è una vera e propria propensione per le storie degli underdog. La volontà è stata quella di assicurarsi che le storie di questi venissero raccontate, sia adesso che al tempo degli scatti. The Alec Gill Hassle Road photo archive non è solo uno studio sociale, quindi. Si tratta della testimonianza del rapporto che Gill ha instaurato a livello umano con i suoi concittadini. Le loro storie sembrano raccontarsi da sole davanti all’obbiettivo del fotografo. Ancora, la naturalezza degli scatti non solo riprende il tema infantile ma comunica in modo estremamente funzionale momenti della vita quotidiana degli abitanti di Hassle Road.

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