Style La funzionalità diventa streetwear: 3 brand giapponesi da conoscere
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La funzionalità diventa streetwear: 3 brand giapponesi da conoscere

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Arianna Maria Leva

Per molto tempo, raccontare lo streetwear giapponese ha significato parlare di Harajuku, delle sneaker introvabili, delle T-shirt grafiche e di quelle collaborazioni capaci di trasformare un capo in un oggetto del desiderio. Negli anni Novanta, la scena Urahara ha contribuito a ridefinire il rapporto tra moda, musica e cultura urbana, dando vita a un immaginario che continua ancora oggi a influenzare designer e creativi in tutto il mondo.

Ma ridurre il Giappone a quell’epoca significa perdere di vista tutto ciò che è successo dopo. Accanto a uno streetwear guidato dalle tendenze e dal desiderio di esclusività, si è sviluppato un modo diverso di intendere l’abbigliamento, in cui a fare la differenza non sono necessariamente un logo riconoscibile o una collaborazione esclusiva, ma la costruzione di un capo, la scelta di un tessuto e la sua capacità di rispondere a esigenze concrete.

Il nuovo guardaroba urbano giapponese guarda sempre più spesso a mondi che sembrano lontani dalla moda: l’abbigliamento outdoor, l’attrezzatura da pesca, i materiali tecnici e la ricerca sui tessuti. Le silhouette si fanno ampie, le tasche acquistano un ruolo centrale e i dettagli funzionali diventano parte integrante dell’estetica. Non è soltanto una questione di vestibilità, ma di un diverso modo di pensare ciò che indossiamo.

In questo panorama, Goldwin 0, DAIWA PIER39 e nanamica rappresentano tre prospettive interessanti. Dalla sperimentazione sui materiali al mondo della pesca, fino all’incontro tra abbigliamento tecnico e vita quotidiana, questi brand dimostrano che lo streetwear può trovare nuove direzioni senza dover necessariamente inseguire il prossimo oggetto da collezione.

Goldwin 0: quando la tecnologia diventa ricerca estetica

E se l’abbigliamento tecnico non servisse soltanto a proteggerci dal freddo, dalla pioggia o dal vento, ma diventasse anche uno strumento per ripensare il rapporto tra corpo, materiali e ambiente? È da questa prospettiva che si può leggere Goldwin 0, progetto sperimentale nato all’interno dell’universo Goldwin, marchio giapponese con una lunga esperienza nell’abbigliamento sportivo e outdoor.

A differenza di un guardaroba costruito esclusivamente attorno a capi essenziali e facilmente riconoscibili, Goldwin 0 utilizza la ricerca come punto di partenza. Le collezioni esplorano nuove possibilità attraverso forme, costruzioni e materiali, mettendo in discussione alcune convenzioni dell’abbigliamento tecnico. Il risultato si colloca in una zona di confine tra performance, design e sperimentazione. Le silhouette possono apparire essenziali, ma nascondono un’attenzione particolare alle proporzioni e alla relazione tra il corpo e ciò che lo avvolge. I volumi, le sovrapposizioni e la scelta dei materiali contribuiscono a creare capi che non hanno bisogno di grafiche vistose per distinguersi. È la costruzione stessa a diventare protagonista.

Questa impostazione racconta una direzione interessante per la moda contemporanea: la tecnologia non è più soltanto una caratteristica da comunicare attraverso etichette e specifiche tecniche, ma un elemento che influenza direttamente la forma di un indumento. Un tessuto, una cucitura o una particolare costruzione possono cambiare il modo in cui un capo si muove sul corpo e viene percepito da chi lo indossa.

Goldwin 0 porta così il linguaggio dell’outdoor in un territorio più sperimentale, nel quale la funzionalità non esclude la ricerca visiva. L’abbigliamento nasce da una cultura tecnica, ma non è necessariamente destinato a rimanere confinato alla montagna o alle attività sportive. È proprio questa libertà a renderlo interessante nel discorso sullo streetwear giapponese. Invece di prendere un capo tradizionale e aggiornarne semplicemente l’aspetto, Goldwin 0 parte dalle possibilità offerte dai materiali e dalla progettazione per immaginare nuove forme. Il risultato è un guardaroba in cui la performance non è soltanto qualcosa che il capo deve garantire, ma una parte del suo linguaggio estetico.

DAIWA PIER39: vestirsi come se la città fosse un territorio da esplorare

La pesca non è esattamente la prima cosa che viene in mente quando si parla di streetwear. Eppure, proprio da questo universo nasce uno dei progetti più interessanti del menswear giapponese contemporaneo.

DAIWA PIER39 rielabora l’esperienza di DAIWA, storico marchio legato all’attrezzatura da pesca, traducendone il patrimonio tecnico in abiti pensati per la vita urbana. Il progetto mette in relazione natura e città, facendo convivere le esigenze di chi ama gli spazi aperti con quelle di chi si muove ogni giorno nella metropoli.

Il risultato non è una semplice collezione outdoor con qualche dettaglio sportivo, ma è un guardaroba in cui le tasche diventano elementi centrali della silhouette, i volumi lasciano spazio al movimento e le costruzioni prendono ispirazione dall’attrezzatura utilizzata dai pescatori. Giacche multitasca, pantaloni ampi e camicie dalla struttura elaborata sembrano progettati per contenere, proteggere e accompagnare chi li indossa, senza rinunciare a una precisa identità visiva.

La particolarità sta nel cambio di prospettiva. Una tasca nata per avere a portata di mano un’esca, un accessorio o un utensile può diventare una soluzione utile anche per chi attraversa Tokyo con uno zaino sulle spalle. Un dettaglio tecnico si trasforma così in un elemento di design, mentre un capo pensato per un ambiente specifico acquista una nuova vita in un contesto completamente diverso.

Anche la scelta di silhouette oversize contribuisce a questo risultato. I volumi generosi richiamano una concezione dell’abbigliamento in cui la libertà di movimento e la possibilità di sovrapporre più strati hanno un ruolo fondamentale. Il riferimento alla pesca, quindi, non è soltanto un pretesto estetico: influenza il modo in cui gli indumenti vengono costruiti e organizzati. DAIWA PIER39 dimostra che non è necessario inventare continuamente nuove forme per rendere interessante un capo. A volte basta osservare con attenzione oggetti già esistenti e capire come adattarli a un’altra realtà. La città, in questa visione, non è poi così distante da un paesaggio naturale: entrambi sono territori da attraversare, con condizioni e necessità differenti.

nanamica: il punto d’incontro tra funzionalità e vita quotidiana

C’è un altro modo di avvicinare l’abbigliamento tecnico alla città, ed è quello di nanamica. Fondato a Tokyo nel 2003, il brand giapponese sviluppa una visione del guardaroba in cui funzionalità, comfort e design convivono senza che uno di questi elementi debba necessariamente prevalere sugli altri.

Il nome stesso, che in giapponese richiama l’idea di una casa sulla spiaggia, suggerisce un immaginario legato al movimento e alla vita all’aria aperta. Ma il progetto non si limita a riprendere l’estetica dell’abbigliamento sportivo: cerca piuttosto di portarne le qualità nella quotidianità, costruendo capi adatti a contesti diversi.

Giubbotti, pantaloni, camicie e capispalla si muovono tra riferimenti classici e soluzioni tecniche. Le forme possono ricordare il guardaroba tradizionale americano, dall’abbigliamento da lavoro ai capi sportivi, mentre i tessuti e le costruzioni rispondono a esigenze contemporanee. È proprio questo contrasto a definire l’identità di nanamica: un’estetica spesso discreta, dietro la quale si nasconde una ricerca attenta sui materiali e sulle prestazioni.

In questo caso, la funzionalità non si manifesta necessariamente attraverso un accumulo di tasche o dettagli vistosi. Può essere affidata a un tessuto capace di affrontare condizioni atmosferiche variabili, a una costruzione studiata per migliorare il comfort o a una silhouette che permette di indossare lo stesso capo in situazioni differenti.

L’idea è quella di ridurre la distanza tra il guardaroba tecnico e quello quotidiano. Non serve necessariamente cambiarsi dopo una giornata all’aperto, né scegliere tra un capo esteticamente interessante e uno progettato per essere pratico. I due aspetti possono convivere nello stesso indumento. È un approccio che si inserisce perfettamente nell’evoluzione dello streetwear giapponese, soprattutto in un momento in cui i confini tra abbigliamento sportivo, outdoor e moda urbana sono sempre meno rigidi. La giacca tecnica non è più soltanto un oggetto da indossare durante un’escursione, così come il pantalone da lavoro non appartiene esclusivamente al mondo professionale.

Nanamica lavora proprio su questo passaggio, senza bisogno di trasformare ogni capo in una dichiarazione estetica. La sua identità emerge dalla capacità di rendere la ricerca tecnica parte di un guardaroba che rimane facile da interpretare e da indossare.

Una nuova idea di guardaroba

Goldwin 0, DAIWA PIER39 e nanamica non rappresentano tutta la scena giapponese contemporanea, né segnano una rottura definitiva con la cultura Urahara. Mostrano, piuttosto, come il linguaggio dello streetwear si sia ampliato, aprendosi a riferimenti che non provengono necessariamente dalla musica, dalle sneaker o dalle collaborazioni tra marchi.

Le differenze tra i tre progetti sono significative. Goldwin 0 utilizza l’abbigliamento tecnico come terreno di sperimentazione; DAIWA PIER39 trasforma le esigenze della pesca in un repertorio di forme e dettagli urbani; nanamica cerca un equilibrio tra prestazioni e quotidianità. Tre approcci diversi, accomunati dalla volontà di andare oltre la semplice apparenza del capo.

Qui lo streetwear giapponese trova oggi la propria direzione, non tanto nella ricerca di un nuovo simbolo da riconoscere a distanza, quanto nella capacità di osservare ciò che ci circonda e trasformarlo in qualcosa da indossare. La montagna, la pesca e la città smettono di essere universi separati e diventano fonti di ispirazione che si contaminano a vicenda. Harajuku resta una parte fondamentale della storia, ma non è più l’unica lente attraverso cui leggere questa cultura. Il nuovo immaginario si costruisce anche attraverso materiali tecnici, costruzioni funzionali e capi progettati per accompagnare il corpo in contesti diversi.

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Scritto da Arianna Maria Leva

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