Cosa succede quando gli oggetti progettati per farci stare meglio continuano a funzionare anche quando non c’è più nessuno da aiutare? È da questo paradosso che parte la ricerca dell’artista Rachel Youn, che recupera dispositivi legati al benessere e li trasforma in sculture meccaniche. Privati della loro funzione originaria, motori e meccanismi vengono combinati con fiori artificiali, piante finte e materiali trovati, dando vita a movimenti ripetitivi, oscillazioni e vibrazioni che sembrano non avere più uno scopo. Il gesto rimane, mentre il motivo per cui era stato creato scompare.



Un massaggiatore, una macchina per fare esercizio, una sedia a dondolo per bambini. Oggetti comuni, progettati per prendersi cura del corpo, rilassarlo o allenarlo. Nelle mani di Rachel Youn, però, smettono di svolgere la loro funzione originaria e iniziano a muoversi senza una vera destinazione. Attaccati a fiori artificiali, piante finte e altri materiali trovati, diventano sculture meccaniche che continuano a oscillare, vibrare e ruotare come se dovessero svolgere per sempre un compito che nessuno ha più assegnato loro.
È proprio questo cortocircuito a rendere interessante il lavoro dell’artista americana, nata nel 1994 e oggi attiva tra scultura e installazione. Youn parte da oggetti legati alla cultura contemporanea del wellness e dell’auto-miglioramento per chiedersi cosa succeda quando il desiderio di stare meglio si trasforma in un’attività continua, quasi impossibile da interrompere.
Nelle sue opere il movimento diventa così una condizione più che un’azione. I motori recuperati da dispositivi di seconda mano continuano a fare ciò per cui erano stati progettati, ma fuori dal loro contesto producono qualcosa di assurdo. Un massaggiatore non massaggia più nessuno, una macchina per esercizio non allena un corpo, una sedia non accompagna più il sonno di un bambino. Restano soltanto il gesto e la sua ripetizione.
È una dinamica particolarmente evidente in Well Adjusted, la mostra del 2023 alla Night Gallery di Los Angeles. Qui Youn ha trasformato motori provenienti da massaggiatori, dondoli per bambini e macchine per l’esercizio in sculture che animano piante artificiali e oggetti trovati. Il loro movimento incessante mette in relazione concetti apparentemente opposti: cura e fatica, piacere e dolore, esercizio e sovraccarico.


Il materiale di partenza è importante anche per un altro motivo, Youn spesso recupera questi dispositivi attraverso Craigslist e Facebook Marketplace, entrando in contatto con persone che hanno deciso di liberarsene. Sono oggetti che portano con sé una storia precedente: qualcuno li ha comprati per rilassarsi, per allenarsi, per prendersi cura di un figlio. Una volta abbandonati, quella funzione scompare, ma il loro movimento può continuare attraverso l’opera.
Da qui nasce una delle tensioni più interessanti della sua ricerca: quanto del nostro desiderio di prenderci cura di noi stessi è davvero cura e quanto, invece, è un’altra forma di lavoro? Le sculture di Youn non sembrano dare una risposta, ma rendono visibile quella fatica attraverso macchine che non conoscono riposo.
Questa idea torna anche nei lavori più recenti di Rachel Youn che nel 2025, per la mostra NO SWEAT a Seoul, Youn ha continuato a utilizzare dispositivi per il benessere e l’esercizio, trasformandoli in ibridi meccanici insieme a fiori artificiali, pattini, catene e altri elementi. Il corpo non compare direttamente, ma è evocato dalle macchine che ne imitano o prolungano i gesti.
Nel 2026 questa ricerca è arrivata anche a Venezia con Unruly Vessel, la mostra sviluppata durante la residenza alla Scuola Piccola Zattere. Qui il discorso si è spostato verso il rapporto tra rituale, disciplina del corpo e sistemi di controllo. Tra i nuovi lavori compare una grande installazione ispirata ai banchi da canottaggio, dove dispositivi meccanici muovono lunghe foglie di palma come fossero remi. L’immagine richiama il tema della ship of fools e mette in relazione lavoro forzato, rituale, punizione e cura.
Il passaggio dal wellness al rituale non è quindi così distante come potrebbe sembrare. In entrambi i casi il corpo viene sottoposto a una serie di gesti ripetuti con l’idea che possano portare da qualche parte: verso la salute, il benessere, la purificazione o una versione migliore di noi stessi. Youn prende questa promessa e la fa girare a vuoto.



Le sue sculture sono buffe, fragili e a tratti inquietanti proprio perché sembrano avere bisogno di continuare. Nonostante non ci sia più nessuno da massaggiare, allenare o cullare, le macchine insistono. Continuano a fare il loro lavoro anche quando il lavoro ha perso il suo scopo. Rachel Youn smette di parlare soltanto di oggetti e inizia a parlare di noi e della difficoltà di fermarsi, della necessità di essere produttivi anche quando non ce n’è più bisogno e di una cultura che ha trasformato persino il riposo in qualcosa da ottimizzare.
