“Sono ancora vittima degli scacchi, hanno la bellezza dell’arte e molto di più. Non possono essere commercializzati e sono più puri dell’arte nella loro posizione sociale.” – Marcel Duchamp
Il silenzio si rompe solo con il leggero rumore delle pedine in movimento, e l’aria è tesa. Il tavoliere di legno levigato è liscio sotto le dita, mentre il contrasto tra i quadrati bianchi e neri crea un pattern visivo ipnotizzante. Le pedine, sculture in miniatura pronte a prendere vita, sono posizionate strategicamente per iniziare il complesso balletto del gioco. Marcel Duchamp avrebbe potuto essere uno degli avversari, immerso nella sua passione per gli scacchi, che ha plasmato in modo unico e profondo la sua vita e il suo percorso artistico.
La scacchiera come arena: amici, tornei, oggetti d’arte
Duchamp, figura rivoluzionaria nel mondo dell’arte del XX secolo, è stato sia un genio artistico che un appassionato giocatore di scacchi. Passione che non era solo un hobby, ma un elemento cruciale nel suo arsenale concettuale forte di un approccio intellettuale, enigmatico e provocatorio che ha lasciato un’impronta indelebile.
La vita di Marcel Duchamp è intrecciata con la scacchiera in modo affascinante. Il gioco catturò la sua immaginazione fin dall’infanzia. Crescendo in una famiglia di artisti, Duchamp sviluppò una mente curiosa e un apprezzamento per la sfida intellettuale, che lo portò a un amore travolgente per gli scacchi, un gioco che incarnava la fusione di arte, logica e creatività.
Le partite di scacchi sono una coreografia di mente e movimento, nella quale ogni pedina e ogni mossa riflettono una profonda comprensione delle dinamiche del gioco. La scacchiera è un’arena in cui la logica e l’arte si intrecciano, diventando una rappresentazione tangibile del pensiero visionario di Duchamp. La sua influenza si estese oltre il tavoliere coinvolgendo artisti altrettanto appassionati come Man Ray, trasformando gli incontri in terre fertili per la condivisione di idee e la gestazione di nuovi progetti artistici. Nel periodo in cui manifestava questa passione, diversi artisti coevi – come Salvador Dalì, Pablo Picasso, Alexander Calder e Joan Miró– condividevano l’affinità per gli scacchi.
Descharnes: uno sguardo da sotto, sul set di Dalí
Tutto questo viene racchiuso in una foto scattata da Robert Descharnes, che conobbe Dalì negli anni ’50 del secolo scorso e lo ritrasse fino alla morte, letteralmente poichè la foto di Dalì nella cassa da morto è opera sua. Ma per incontrare l’immagine di cui parlo dobbiamo tornare indietro di vent’anni, sul set del film A Soft Self Portrait (1966), mentre gli artisti Marcel Duchamp e Salvador Dalí giocano a scacchi. Descharnes, che qui sembra rompere il suo patto di continua documentazione dell’icona Dalí, sceglie di inquadrarli dal basso, entrambi, allontanandosi per una volta dall’oggetto perpetuo della sua indagine. I due stanno giocando sopra una lastra che ricorda vagamente “Il grande vetro” di Duchamp, opera conosciuta anche come “La sposa messa a nudo dai suoi scapoli”; Duchamp indossa un panama e la scacchiera è tenuta ferma da quattro sassi di diverse dimensioni. Cosa sta guardando Descharnes?
In questa immagine, i due giocatori sono completamente assorti in una forma di concentrazione distinta da quella coinvolta nella creazione di un’opera d’arte; si tratta di una dimensione completamente nuova. Entrambi non guardano nemmeno l’obiettivo. E perché in quel momento sono concentrati in generale sulla scacchiera, o perché ormai abituati dalla fotocamera dopo l’ennesimo scatto? Due anni dopo questa foto Duchamp è a Toronto, sul palco del Ryerson Theatre, intento a giocare una partita con John Cage usando una scacchiera modificata: ogni fotocellula, legata a ogni casella, è collegata a un Sound-generating system che fa risuonare nel teatro composizioni di Gordon Mumma, David Behrman, David Tudor e Lowell Cross, quest’ultimo autore della scacchiera preparata. Reunion è il titolo della performance messa in atto nella notte fra il 5 e il 6 marzo del 1968. Giocano una partita; è l’ultima apparizione pubblica di Duchamp che morirà pochi mesi dopo. Duchamp vince, anche se dà all’avversario il vantaggio di un pezzo giocando con un cavallo in meno.
Come disse Garry Kasparov: “Gli scacchi sono una delle poche arti in cui la composizione si realizza contemporaneamente alla performance.”
Wasser: il cortocircuito tra nudo e scacchi
Questa, però, non è la foto più famosa di Duchamp accostato a una scacchiera. Il predominio va assolutamente a “Duchamp Playing Chess with a Nude (Eve Babitz)”, di Julian Wasser. Il corpo della Babitz, una scrittrice allora ventenne, così splendido e desessualizzato, viene inscritto in una cornice di seria e scrupolosa attenzione per il gioco in cui perde la malizia e diventa un confronto tra l’artista, immerso in riflessione all’interno di una galleria d’arte, e la sua musa. Paradossalmente, questa non sembra essere un elemento di distrazione, ma di concentrazione: nessuno dei due si estranea dal gioco e, allo stesso momento, entrambi sembrano dimenticare che la donna sia nuda. Però viene da dire che l’immagine di Descharnes sia più centrata sugli scacchi; mentre questa foto, cortocircuito logico tra il nudo e gli scacchi, focalizza l’attenzione sul cortocircuito stesso e sulle dinamiche tra artista e scrittrice. Si venne a sapere tempo dopo che la partita si giocò effettivamente, e che Duchamp, per niente distratto, vinse agevolmente.

Descharnes, proprio per il punto di vista sotterraneo, quasi subacqueo, riesce nell’impossibile impresa di catalizzare l’attenzione su ciò che accade sotto, anziché su ciò che accade sopra. E ciò che accade sopra è tutt’altro che scontato: Duchamp accanto a Dalí, il creatore dell’arte concettuale con il più famoso dei pittori surrealisti. Metterli uno accanto all’altro è complesso. E vederli a una scacchiera riesuma il concetto di conflitto profondo: per sconfiggere il tuo nemico non ti devi solo opporre frontalmente a lui, ma devi anche assumerne i tratti di cui sei sprovvisto o rischi che ti tirino giù. Qui gli scacchi, quindi, sono un conflitto che simbolicamente incontra surrealismo e arte concettuale, ma li incontra sotto, nella terra in cui tutto si fonde e i valori perdono contorni.
Tornando alla foto, c’è un dettaglio curioso: il pedone in e4 sembra fuori posto, sfuggito dalla sua casa e finito in e3. Sorprende che due menti così influenti nell’arte del Novecento, come Duchamp e Dalí, non abbiano detto “Acconcio”, gesto comune tra i giocatori di scacchi per sistemare i pezzi. In partita, “acconciare” significa toccare i pezzi, per posizionarli correttamente senza muoverli necessariamente. Ma mentre si riflette sul dettaglio, ci si rende conto che ciò che è veramente fuori posto nella foto sono loro due, Duchamp e Dalí. La vera partita si gioca là sotto, dove Descharnes si trova; è là che si sta svolgendo ogni confronto. La vita è dove sta la sposa o dove stanno i suoi scapoli?
Tra le due guerre mondiali, Marcel Duchamp temporaneamente abbandonò la pratica artistica per immergersi nel gioco degli scacchi. La sua partecipazione a tornei, il coinvolgimento nella scena scacchistica francese e la dedizione ad essa, furono fondamentali per la sua crescita personale e professionale. Nel 1920, concepì l’idea di trasformare il gioco in un’esperienza estetica, creando il set di scacchi in legno “L’Échiquier du Narcisse”. Le sue partite divennero leggendarie per complessità e originalità, come dimostrato durante il Torneo di Nizza del 1925 contro il Maestro Internazionale David Janowski, giocando con il Nero e sorprendendo gli avversari con mosse audaci e innovative.
L’ultima mossa: dagli scacchi all’arte, fino allo scacco matto
L’approccio di Duchamp rifletteva una fusione di intelletto e creatività, considerando il gioco degli scacchi come una forma di arte per esplorare il concetto di casualità e sfidare le convenzioni. Questa fusione divenne intrinseca al suo lavoro, influenzando opere come “L.H.O.O.Q.” e “Fontana”. La sua carriera artistica e il gioco degli scacchi si intrecciarono come le caselle del tavoliere, culminando con la sua ultima opera, “Étant donnés“, un enigma completato nel 1966 poco prima della sua morte nel 1968. Duchamp lavorò a quest’opera per circa vent’anni senza parlarne mai a nessuno, in un periodo in cui persino i suoi amici più stretti pensavano che avesse abbandonato l’arte. Solo la moglie Teeny ne era a conoscenza perché occupava un’intera stanza nel suo studio. Quest’opera può essere vista come l’ultima mossa sulla scacchiera artistica, una creazione che sfida e intriga ancora oggi. Duchamp, nonostante l’immersione negli scacchi, non abbandonò mai completamente l’arte, e l’ultimo lavoro ne sottolinea il ritorno, evidenziando quanto la sua passione per l’arte non si fosse mai spenta.

