Con An Empire Built on Waste, l’artista e designer digitale Emanuele (Jane) Morelli lancia un’accusa visiva potente contro la fast fashion, in particolare il modello di iperproduzione promosso da colossi globali come SHEIN. L’opera – generata con l’aiuto di Midjourney – mette in scena un paesaggio fatto di montagne di rifiuti tessili, a simboleggiare l’enorme impatto ambientale e sociale dell’industria dell’abbigliamento veloce.
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«Ogni haul, ogni swipe impulsivo, ogni top da 2€, alimenta una montagna. Una montagna che non scompare quando passa la moda,» scrive Morelli nel post che accompagna l’immagine. Un’immagine che, secondo il designer, non è un’iperbole, ma uno specchio. Uno specchio che ci costringe a guardare ciò che normalmente scegliamo di ignorare: le filiere opache, i tessuti sintetici, il lavoro sottopagato e l’inquinamento. Ma anche le critiche non hanno tardato ad arrivare.
La conversazione attorno all’opera non si è quindi limitata all’analisi del contenuto. Un commento in particolare ha dato voce a una critica altrettanto urgente: «Giustifichi l’uso dell’AI dicendo che con un altro mezzo il messaggio non sarebbe arrivato, ma chiaramente il messaggio non è arrivato comunque. Non lo capisci? Usare l’AI distrugge il pianeta allo stesso modo della fast fashion e dei brand come SHEIN. Il tuo messaggio è inutile se per veicolarlo contribuisci alla distruzione del pianeta».
Questa osservazione apre una discussione più ampia: può un’opera critica nei confronti di un sistema insostenibile essere inattaccabile se prodotta con strumenti (come l’AI generativa) che a loro volta sollevano interrogativi sul consumo energetico e l’impatto ambientale?
Morelli ha risposto in passato a critiche simili affermando che l’intelligenza artificiale, pur non essendo neutro, permette di visualizzare concetti difficilmente comunicabili attraverso media tradizionali. In questo caso, le immagini iperrealistiche e surreali di Midjourney servono a rendere visibile l’invisibile: ciò che si nasconde dietro le etichette dei nostri vestiti.
Con An Empire Built on Waste, però, il tono è diretto, più politico. «Fast fashion non è moda. È un ciclo di estrazione, produzione, inquinamento e scarto, mascherato da scelta», scrive. E aggiunge: «Non possiamo continuare a celebrare imperi costruiti sullo sfruttamento e chiamarli innovazione».
Più che offrire risposte definitive, l’opera – e il confronto che ha generato – pone domande scomode. È possibile usare strumenti imperfetti per veicolare messaggi etici? Possiamo separare il mezzo dal fine? Il rischio di ipocrisia è reale, ma forse è proprio nel conflitto tra etica e tecnologia che risiede il valore di questa conversazione. Nel frattempo, l’appello dell’artista resta valido: «È tempo di ricostruire, più lentamente, più equamente, più pulito».
