Sònar 2019: The Collater.al Diary

Se non ci siete mai stati dovete recuperare il prima possibile, intanto rivivi le emozioni del Sònar 2019 nel nostro diary.

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25 Luglio 2019

Raccontare le esperienze vissute ad un festival come il Sònar è tutt’altro che semplice. Un disclaimer è però necessario: è umanamente impossibile assistere non solo a tutti i live, ma anche solo ai live di artisti che ti interessano. 18 ore al giorno sotto un palco sono impossibili da reggere, salvo aiuti esterni – eticamente sconsigliati però, e quindi banditi anche in quest’occasione. Quello che troverete qui sotto è un resoconto giorno per giorno dell’avventura che io e la fotografa Elisa Scotti abbiamo vissuto a Barcellona, cercando di non farci sopraffare dal talento degli artisti coinvolti e dalle temperature infernali che tormentavano la città. Non troverete il racconto di come la domenica ci siamo entrambi ustionati in spiaggia, o di come io abbia scoperto di avere un ventilatore in camera solo mentre facevo il check out (spoiler: era sotto il letto). No, ho preferito raccontarvi di come Stormzy si sia confermato un top player di gran classe, di come Sheck Wes ci abbia scaldato il cuore, di come Masego ci abbia tolto il fiato. Qui sotto potrete leggere di questo e molto altro: il mio consiglio, però, è di cercare di vivere almeno un’edizione del Sònar. Tornerete con un concetto di festival, live e musica completamente diverso.

DAY 0

Sono le 01.30 di notte, Barcellona – da vera metropoli qual è – non sembra dormire, ma vuoi per il caldo, vuoi per il fatto che è mercoledì, sta comunque sonnecchiando. Max, il ragazzo che mi ospita, dopo avermi terrorizzato non rispondendomi al telefono, finalmente si fa vedere. Anche questa volta ce l’ho fatta, non dovrò vagabondare per tutta la notte fino all’apertura dei cancelli del Sónar. Poteva andare peggio. Certo, il volo ha fatto 40 minuti di ritardo e qualche novello Chopin si era convinto di dilettarci nell’attesa con le sue (pessime) doti da pianista, ma poteva andare decisamente peggio. Anche Elisa è arrivata sana a salva, ci ritiriamo per deliberare, mentre la sveglia viene impostata – ahimè – alle 09.00 del giorno dopo.

DAY 1

A Barcellona fa veramente caldo. Arriviamo il Plaza de España alle 11, con l’obiettivo di fare un giro di ricognizione alla venue del Sònar by Day e recuperare accrediti, pass e altre chincagliere necessarie per il festival. Dopo aver sistemato la trafila burocratica, entriamo nell’area festival. Il primo impatto è incredibile: l’area è letteralmente immensa, suddivisa in padiglioni, che ospitano un quantitativo di attrazioni smisurato. Dopo una rapida occhiata alla press area, zona salvifica che ci permetterà di evitare la disidratazione a più riprese, iniziamo a girovagare nel gigantesco prato in cui è stato allestito lo stage del Sònar by Day. C’è già un via vai incredibile di gente, caratterizzata da outfit sgargianti, sorrisi smaglianti, passi di danza più o meno coordinati e bicchieri – rigorosamente in plastica e riutilizzabili, mantra del festival – che si alzano al cielo in un susseguirsi di gioiosi brindisi. Il volume della musica è alto, le vibrazioni sono incredibili, tutti i presenti si lasciano trasportare dai suoni. Anche la zona VIP, uno dei pochi punti all’ombra, pullula di addetti ai lavori, organizzatori e artisti intenti a ballare, chiacchierare e godersi l’atmosfera eccezionale. Rimaniamo colpiti dallo show di Rejjie Snow: il giovane rapper irlandese, classe ’93, è membro della scuderia 300 Entertainment e ha portato sul palco uno show energico, pregno di hip hop dal sound classico ma accattivante e dal groove irresistibile. La tranquillità con cui tiene il palco e coinvolge il pubblico dimostra che le collaborazioni con Joey Badass, Kaytranada e Jesse James non sono arrivate per caso. Il talento è cristallino, tanto quanto l’anima spiccatamente soul, sia nella scelta delle strumentali che nell’inflessione della voce. Il pubblico è tutto dalla sua, e noi con lui. La fine del suo show coincide con quella degli showcase del primo giorno: diversi dj set continueranno ad accompagnare la serata dei presenti, mentre io ed Elisa optiamo per un rapido tour della zona del Sònar +D, l’area legata ad innovazione tecnologica e al mondo del business musicale e culturale; torneremo però a parlare del Sònar +D, quella di oggi è una toccata e fuga per capire un atttimo cosa ci aspetta – e il verdetto è che ci aspetta tanto, ma davvero tanto.

Seduti ai tavolini di Tapa Tapa – il locale in Plaza de España che si occuperà del nostro appetito praticamente per tutto il weekend, a suon di paella e tapas -, io ed Elisa riflettiamo sul fatto che, nonostante quella di oggi sia stata una giornata di warm up un po’ per tutto il festival, l’energia nell’aria fosse già tangibile. Gli sguardi dei presenti erano già in fibrillazione, carichi di aspettative per i prossimi giorni ma al contempo impegnati a godersi il momento. Tra una cerveza e una forchettata di paella, iniziamo a pianificare la giornata successiva. Il Sònar by Day apre alle 13.00, quindi decidiamo di concederci qualche ora di riposo in più, anche perché da venerdì il Sònar raddoppia, con l’inizio della kermesse notturna.

Sonar 2019 Day 1 | Collater.al
Sonar 2019 Day 1 | Collater.al
Sonar 2019 | Collater.al

DAY 2

Dopo aver trascorso la mattinata di giovedì a girare Barcellona da turisti, dalla Rambla alla Bouqueria, percorrendo fin troppi chilometri, optiamo per una mattinata decisamente più low profile, caratterizzata da un ombrellone, una comoda sedia, una english breakfast e lo splendido panorama di Plaza de España.

Dopo pranzo raggiungiamo la location del Sònar by Day e decidiamo di tuffarci nelle meraviglie tecnologiche ospitate dai padiglioni del Sònar +D. Il primo impatto è un senso quasi di smarrimento: il via vai di persone è notevole, ad ogni angolo progetti, iniziative e invenzioni attirano l’attenzione con suoni, luci, immagini e stand appariscenti. Dal corner di Kickstarter, che ospitava progetti realizzati grazie al fundraising e altri le cui campagne sono ancora in corso, passando per sale per la meditazione tramite stimoli multisensoriali, giungendo poi a masterclass sulla storia del theremin o corner dedicati alla realtà aumentata, al 3D e alla progettazione grafico-sonora, l’intera area è popolata da esperti, appassionati, ricercatori e operatori del settore. Il ventaglio di interessi coperto dal Sònar +D è ampissimo, va ben oltre la musica, abbracciando letteralmente la scienza in toto, lasciando lo spettatore a volte estasiato, a volte dubbioso, a volte sorridente, altre letteralmente incredulo. Con ancora addosso questo mix incredibile di sensazioni, torniamo sul soleggiato prato e ci piazziamo davanti al palco del Sònar by Day, che è in procinto di ospitare uno dei live più attesi della giornata.

Con addosso una jersey del Real Madrid – scelta coraggiosa e forse un po’ folle -, sul palco arriva Masego, accompagnato da una voce femminile e dalla band al completo. Armato di sax, l’artista americano ha dato vita ad uno show mastodontico, una vera clinic su come conquistare, estasiare e mandare in visibilio la folla. Il suo timbro di voce, la sensualità ipnotica dei suoi brani e l’energia trasmessa dagli strumenti sul palco si sono rivelati un amalgama letale, in grado di coinvolgere tanto le prime file quanto le ultime, letteralmente rapite dal sound. A cavallo tra soul e jazz, tra rap e funk, tra musica elettronica e blues, lo show di Masego è totalizzante, un’esperienza immersiva come poche, arricchita dall’incredibile intermezzo che lo ha visto produrre una strumentale live, con l’utilizzo della sua voce e di una loop station, per poi cantarci sopra con una naturalezza disarmante. Il suo showcase dura solo un’ora, ma non è il caso di abbattersi: è venerdì, e questo significa che alle 22.30 si alzerà il sipario dell’attesissimo Sònar by Night. Il tempo di darci una rinfrescata, mangiare un boccone e capire come arrivare alla venue, ed ecco che siamo già dall’altra parte di Barcellona, sotto un altro palco.

Dopo esserci rassegnati all’idea che avremmo percorso più chilometri vagabondando nel Sònar by Night che attraversando l’intera Barcellona a piedi, ci siamo recati nell’area del Sònar Club, il padiglione che si accingeva ad ospitare uno dei live più attesi della serata. Alle 22.30 spaccate è stato infatti il turno di Stormzy: l’artista inglese, inserito in line up all’ultimo come sostituto di A$AP Rocky – già che ci siamo, #FREEASAPROCKY , ripeterlo non fa male -, era consapevole di non essere in una posizione semplice. Stormzy ha comunque regalato ai presenti uno show epico. Energetico, dinamico, in grado di tenere l’immenso palco da solo, il rapper inglese ha ricordato a tutti i presenti che non è stato il secondo più giovane headliner di sempre al Glastonbury Festival per caso. Voce di un’intera generazione di giovani inglesi, in grado di muoversi agilmente da atmosfere crude e grime a vibrazioni più chill e avvolgenti, Stormzy ha portato sul palco alcuni dei suoi più grandi successi, tra cui la recente Vossi Vop – protagonista, in Italia, del polverone sollevato intorno alla strofa di Ghali presente nel remix -, Big For Your Boots, Shut Up, e una strofa sul successo dell’amico Ed Sheeran, Shape Of You. Uno show intenso, a tratti frenetico, sempre su livelli eccellenti, sia a livello di energia che di coinvolgimento del pubblico, grazie anche all’impeccabile prestazione di Stormzy sul palco. Qualcuno probabilmente avrebbe preferito A$AP Rocky, ma Stormzy ha consegnato a Barcellona un live da inserire negli annali. British pride!

Neanche il tempo di realizzare quanto visto sul palco, che io ed Elisa siamo già affannosamente alla ricerca della prossima location, quel Sònar Lab che avrebbe ospitato il live di Octavian. Altro esponente della scena inglese, perfettamente in equilibrio tra i suoni grime e un approccio legato alle correnti stilistiche più recenti del rap statunitense, il giovane Octavian ha portato sul palco un carico di energia, sebbene la sua presenza vocale sia stata decisamente meno importante di quella di Stormzy. Il pubblico era comunque carichissimo, e lo ha sostenuto di traccia in traccia, mentre l’artista classe ’96 dominava il palco rappando, ballando, saltando e muovendosi come un vero e proprio indemoniato. Il risultato finale è perfetto: l’energia di Octavian è travolgente, si trasmette per osmosi al pubblico, che si scatena al suo fianco. Protagonista di hit con mostri sacri quali Skepta, A$AP Ferg, Mura Masa e Diplo, Octavian ha ribadito anche a Barcellona che ha tutte le intenzioni – e le carte in regola – per diventare uno dei futuri protagonisti della scena rap mondiale.

Altro giro altra corsa: abbandoniamo il Lab e cerchiamo – disperatamente, a dir la verità – il Sònar Pub, palco che ospiterà il live di Vince Staples. Lasciamo quindi la terra della regina e ci spostiamo negli States: Staples è uno degli artisti più eclettici, talentuosi e controversi di questa generazione, tanto prolisso nelle sue canzoni quanto schivo negli altri ambiti. L’avveniristico Big Fish Theory, l’irresistibile FM!, l’ormai classico Summertime ’06: tutti i suoi dischi prendono vita sul palco, accompagnati da delle visual provocanti e geniali, che vedono Staples comparire all’interno di alcune serie tv e programmi ormai diventati punti di riferimento della cultura pop – Seinfeild, The Office, South Park, Who Wants To Be a Millionaire e altri ancora. Provocatorio e dissacrante, ma anche incredibilmente talentuoso: sul palco Vince Staples è un animale, prosegue dritto come un treno, e in un’ora di set non si prende letteralmente neanche una pausa. Non chiama troppo in causa il pubblico, che è però travolto dalla potenza della sua interpretazione, che sia in un pezzo “d’amore” come Señorita, che sia l’ipnotica 745 o l’irrefrenabile FUN!. Quella di Vince Staples è stata forse la live performance più impressionante della serata, semplicemente incontenibile.

L’orologio nel frattempo segna le 02.30: le energie iniziano ad abbandonarci, quindi io ed Elisa decidiamo di lasciare che siano i presenti a godersi i dj set di Peggy Gou e Joseph Capriati, che ci avrebbero visti attori non protagonisti. Sabato è ormai all’orizzonte, e la combo Sònar by Day + Sònar by Night richiede non poche forze per essere affrontata.

Sonar 2019 Day 2 | Collater.al
Sonar 2019 | Collater.al
Sonar 2019 Day 2 | Collater.al
Sonar 2019 Day 2 | Collater.al
Sonar 2019 Day 2 | Collater.al

DAY 3

Lo scotto delle giornate precedenti inizia a farsi sentire, ma la line up della giornata riesce da sola a ricaricarci le pile. È l’ultimo giorno, ma l’energia è la stessa del primo: non c’è traccia di malinconia, sono tutti incredibilmente carichi, i dj passano con una tranquillità imbarazzante da Gangsta’s Paradise al K-Pop, e ciò non fa che mandare in visibilio i presenti. Ci perdiamo di qualche minuto la performance di Bad Gyal, una delle nuove voci spagnole più interessanti, anche se diversi colleghi mi confessano che “lo show non è stato niente di che, c’era abbastanza autotune per due o tre concerti, forse un po’ troppo”. Ci godiamo il dj set ancora un po’, immersi nei divanetti della zona per accreditati, mentre buttiamo già il piano d’azione per la notte. L’ultima serata di Sònar by Night ha infatti in serbo non pochi fuochi d’artificio: Bad Bunny, Sheck Wes, Skepta, Kaytranada e altri ancora. La tabella di marcia è serratissima, i polpacci iniziano a tremare, le ginocchia fanno giacomo giacomo, lo stomaco brontola, il cervello reclama un’altra cerveza. 

Intanto, entriamo nel Sònar Club e, dopo un’attesa di venti minuti, vediamo iniziare lo show di Bad Bunny. Sarò sincero: non sono affatto un fan del suo genere, non lo ritengo malvagio, ma semplicemente mi lascia indifferente. Non mi ha però lasciato indifferente il suo show: beniamino di casa, il giovane rapper portoricano non ha tradito le aspettative, regalando ai presenti uno Show con la S maiuscola. Ha rappato, ha cantato, ha interagito con pubblico, li ha lasciati cantare quando doveva e li ha guidati energicamente quando doveva. Il Club era gremito di gente – ad occhio e croce, il live con più presenze del weekend -, il pubblico non si perdeva neanche una parola, è stato uno spettacolo mozzafiato. Accompagnato da visual coloratissime e da un corpo di ballo perfettamente sincronizzato, Bad Bunny ha cementato il suo status di superstar della latin trap, prendendosi anche – per certi versi – la corona di re del Sònar 2019.

Neanche il tempo di smaltire l’overdose di spagnolo, che siamo già sotto il palco del Sònar Pub, sul quale è appena salito Sheck Wes. Anche lui aggiunto alla line up in un secondo momento, per ovviare alla defezione di Lil Uzi Vert, il rapper newyorkese classe ’98 è stato un vero e proprio terremoto. Carichissimo, incontenibile sul palco, non si è risparmiato per niente: che si trattasse di ballare, cantare, urlare, intonare cori o mandare fuori giri la folla, il suo viso perennemente grondante di sudore era la riprova che stesse dando tutto sé stesso in ogni secondo trascorso sul palco. Il suo show è stato interrotto da quello che è stato a mani basse il momento più toccante del festival: Sheck Wes ha infatti chiamato sul palco suo fratello di sangue – senegalese, più grande di lui, cresciuto nel continente africano -, rivelando ai presenti come questa fosse la prima occasione in cui i due si fossero effettivamente incontrati di persona. La voce di entrambi è leggermente rotta dall’emozione, così come quella di tutti i presenti, e i riflettori del palco non posso non portare alla luce più di qualche sguardo lucido. L’emozione cede però di nuovo il posto alla frenesia, quando le note di Mo Bamba escono dall’impianto: i presenti impazziscono in una frazione di secondo, si scatena un pogo selvaggio, sembra l’inizio dell’Apocalisse. Incredibilmente, tutti ne escono indetti, strillando a pieni polmoni il nome di Sheck Wes. Per ringraziare un pubblico così caloroso, il rapper manda in anteprima il suo nuovo singolo, in collaborazione con Young Thug. La gioia dei presenti è palpabile, così come quella di Sheck Wes, tradita da uno sguardo sognante e dalle sue parole: “siamo il futuro, non permettete a nessuno di portarvi via i vostri sogni”. Solo 21 anni, ma le idee già piuttosto chiare.

Neanche il tempo di metabolizzare ciò che abbiamo visto, che io ed Elisa stiamo già correndo verso il Club. Attraversiamo due padiglioni ed è come se ci fossi mossi dagli USA di nuovo in Inghilterra: una folla gigantesca attende Skepta, un altro dei pesi massimi in line up per questa sera. Il re della grime britannica non si fa attendere, e mette subito in chiaro le cose, sulle note di Praise The Lord – di nuovo, #FREEASAPROCKY -, mentre i tantissimi presenti urlano a pieni polmoni il ritornello e iniziano a scatenarsi. Skepta oscilla tra i singoli del nuovo album, Ignorance is a bliss, e le hit del suo disco più iconico, Konnichiwa. Dalle atmosfere più afro a quelle grime, dal profumo di savana all’odore acre del cemento inglese, Skepta immerge completamente gli ascoltatori all’interno dei suoi brani, interagendo con loro, chiamando a più riprese la loro voce, facendoli vibrare con la potenza delle sue produzioni. Shutdown è la ciliegina sulla torta: l’intero Sònar si scatena, il pogo è selvaggio, anche la zona stampa e accreditati non può resistere alla forza travolgente della più grande hit del rapper inglese. Skepta ringrazia la città, saluta e abbandona il palco, mentre io ed Elisa riflettiamo sul fatto che sono le nostre forze ad essere le prossime in procinto di abbandonarci. Racimoliamo ciò che è rimasto e ci muoviamo verso il Pub, per trovarci davanti uno scenario incredibile. Sul palco, da una mezz’ora abbondante, ci sono Kaytranada e il suo dj set. Sotto, una marea umana: non c’è spazio a sufficienza da far cadere uno spillo. Siamo esterrefatti, ma anche terrorizzati: non abbiamo forze a sufficienza da lanciarci nella fossa dei leoni. Troviamo un piano rialzato leggermente defilato, e da lì ci godiamo uno spettacolo notevole, tanto per gli occhi – le visual sono ipnotiche – quanto per le orecchie. A posteriori, quello di Kaytranada è probabilmente uno dei set più fragorosamente apprezzati di tutto il festival. Mentre buttiamo giù gli ultimi sorsi dell’ultima cerveza, iniziamo a muoverci verso l’uscita. Attraversiamo per l’ultima volta il padiglione del Club: sono le 03.30, ma sono ancora in tantissimi sotto cassa a ballare, sorridenti, disinibiti, a volte appariscenti, ma mai sopra le righe o molesti. Tutti si divertono, nessuno sta male, nessuno infastidisce nessuno. C’è chi si lascia spettinare dai bassi, chi fissa assorto i giochi di luce, chi si diverte sugli autoscontri – sì, ci sono anche quelli -, chi strabuzza gli occhi dopo uno shot di Vodka, chi addenta ferocemente un agognato panino.

Saliamo sulla navetta che ci riporta in hotel, chiudiamo un attimo gli occhi e ci godiamo il momento. È stato lungo, è stato intenso, è stato meraviglioso. Lunga vita al Sònar.

Sonar 2019 Day 3 | Collater.al
Sonar 2019 Day 3 | Collater.al
sonar 2019 | Collater.al 2

Se ci fosse la possibilità di importare un format come il Sònar in Italia, firmerei ad occhi chiusi. Organizzazione impeccabile, logistica sul posto ordinatissima, gestione degli spazi perfettamente funzionale, sicurezza ineccepibile e prevenzione attivissima sotto tutti i punti di vista. Il Sònar si è rivelato uno spazio sicuro per celebrare la musica in tantissime sfumature diverse, lasciando a tutti i partecipanti la libertà assoluta di esprimere loro stessi. Una libertà totale che è coincisa con un autocontrollo eccezionale: non ci sono stati episodi spiacevoli, momenti imbarazzanti, tristi o pericolosi, ma solo risate, gioia, coreografie improvvisate e dimostrazioni d’affetto per gli artisti. Difficile fare meglio, forse solo aumentando le indicazioni all’interno delle gigantesche e labirintiche venue. Per il resto, è difficile anche solo pensare a qualcosa di meglio. Quelli dei Sònar sono gli standard ai quali qualunque festival al mondo dovrebbe ambire. Il fatto che sia a Barcellona, a due passi dal mare e da una miriade di chioschi con birre gelate, beh, è solo un ulteriore punto a favore.

Testo di Riccardo Primavera
Foto di Elisa Scotti

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