Swatch Art Peace Hotel o della condivisione dell’arte

Swatch Art Peace Hotel o della condivisione dell’arte

Tommaso Berra · 2 settimane fa · Art

C’è un’aria elettrostatica nella sala conferenze romana del MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo. Due donne hanno quell’aria inconfondibile di chi ha la responsabilità di far andare tutto secondo i piani, un fotografo mi spinge come non esistessi. Mi siedo sulla poltrona sapendo cosa sto aspettando, mentre intorno a me si manifesta l’impazienza con tic di ogni genere. A quel punto alzo gli occhi e vedo arrivare Sebastião Salgado, insieme al nulla acustico reverenziale che genera la presenza di uno dei fotografi più importanti degli ultimi 50 anni. Salgado parla della nuova mostra allestita al MAXXI, dedicata alla raccolta di scatti realizzati da lui in Amazzonia negli ultimi 9 anni. Subito dopo cede la parola alla presentazione dell’altro grande evento della giornata: l’inaugurazione della mostra per il decimo anniversario dalla nascita di Swatch Art Peace Hotel a Shanghai.

È Carlo Giordanetti, CEO della residenza per artisti, a raccontarne la nascita nel 2011. Da allora il progetto lanciato dal brand ha ospitato 400 artisti provenienti da 54 paesi del mondo.
Prima di alzarmi, ed essere travolto di nuovo dallo stesso fotografo agitato, provo a pensare a come sarebbe abitare in una comunità di artisti, provenienti da tutte le parti del mondo, e assorbire informazioni e stimoli con la stessa velocità con la quale lo fanno i neonati. Mi si schiarisce così il significato di alcuni principi portanti della filosofia di Swatch, come la trasversalità, la libertà di espressione e il coinvolgimento che un brand di orologi riesce ad avere con il mondo. 

WELCOME! 10 anni di Swatch Art Peace Hotel

In occasione dell’anniversario, all’interno del MAXXI, Swatch Art Peace Hotel ha allestito una mostra (in programma fino al 24 ottobre) con opere realizzate da 19 artisti, tutti residenti nella sede di Shanghai. Salgo le scalinate dell’edificio progettato da Zaha Hadid e si apre uno spazio fluido e senza percorsi, che ha un inizio solo ipotetico ma invita a passare liberamente tra le opere, in continuità con il clima di condivisione totale che gli artisti vivono dentro la residenza.
Faccio qualche passo e non mi sembra di entrare nel palazzo affacciato sul Bund di Shanghai, piuttosto di accedere in un luogo con mille identità geografiche diverse. Potrei essere in Svizzera, oppure in Cina, mentre sulle tele compaiono poesie in italiano e miniature di paesaggi metropolitani americani.
“Vago per i quartieri con la mia macchina fotografica o il mio telefono, documentando tramite foto e video. Cerco anche di unirmi alla comunità in qualche modo, le esperienze personali sono parte del mio lavoro” mi spiega l’artista Tracey Snelling mentre osservo i neon della sua opera. Il “motel dell’anno perduto” di Snelling è la riduzione a microcosmo del modo in cui l’artista ha vissuto gli stimoli di una città vibrante, di uno “skyline fantascientifico, con spettacoli di luce ogni notte, il caos di migliaia di turisti, le pubblicità per le strade e il trambusto del traffico cittadino. È così bello vivere la città e poi tornare in uno spazio tranquillo”.
Rappresentare il tempo è sempre stata una sfida per gli artisti, io sorrido pensando a cosa significhi realmente per un artista “tempo perduto”, mentre intorno a me sono esposti gli oggetti che il tempo lo scandiscono, gli orologi Swatch realizzati dagli artisti della residenza nel corso di questi 10 anni. 

Riconosco che mi manchi un po’ di visione per intendere il tempo non solo come misurazione di ore, minuti e secondi. È Luca Bray, artista italiano dello Swatch Art Peace Hotel, ad invitarmi a pensare al tempo sotto un altro punto di vista. “È il valore e il potere di trasformare un momento, questo lo riconosco in Swatch, un orologio non orologio, perché l’ho sempre considerato più come un’opera d’arte”. Mi arrendo così all’idea di non avere la visione d’artista.
Dalle scritte in italiano e spagnolo, quasi scavate come incisioni rupestri, riesco a figurarmi però cosa significhi la multiculturalità per le opere prodotte nella residenza. Me ne dà la conferma Anita Gratzer, che fermo, incantato dai suoi abiti, realizzati utilizzando carte geografiche svizzere e documenti di tribunali giapponesi. “Dalle mie residenze in Cina, Corea o Giappone raccolgo ispirazione che trasformo in luoghi come la Svizzera, la Finlandia o l’Italia, ad esempio, in nuove forme d’arte. Sempre tenendo presente come le culture si sono influenzate e promosse a vicenda nel corso dei secoli.”
Le sculture indossabili di Anita Gratzer, riprendendo le parole dell’artista, “trascendono i modelli tradizionali. Diventano rifugi personali di conoscenza, simboli di emigrazione interiore, o rappresentazioni della lotta contro il colonialismo”. Mi sembra sempre più chiaro.

I messaggi di attivismo politico e ambientale di WELCOME! 10 anni di Swatch Art Peace Hotel li colgo anche nell’opera di Miguel Moreno Mateos, forse la più scenografica di tutta la mostra. Con l’artista spagnolo ci confrontiamo sull’autonomia della natura. I vasi collegati attraverso tubi sono la scomposizione dell’equilibrio biologico della natura, della sua autosufficienza e del ruolo nocivo dell’uomo, che “sceglie di intervenire per salvare la natura, quando la risposta qualche volta sarebbe non fare niente. La natura non ha bisogno di noi, però possiamo farne parte, diventare un elemento fondamentale di questo equilibrio”.

Rimango ancora un po’ dentro alla sala del MAXXI, con la testa all’insù, guardando opere appese e cinturini coloratissimi che ripercorrono la storia sincera e virtuosa di un brand “curioso, aperto e internazionale” come lo descrive Tracey Snelling. Continuo a guardare in alto, in direzione di un’opera composta da fogli di carta, decorati con i motivi dei tombini di Shanghai. Intorno a me i visitatori iniziano ad andare via e non me ne accorgo. Il mio sguardo intercetta teli di seta sui quali sono stampate fotografie di fabbriche tessili cinesi, come opera-reportage di una delle industrie più importanti della Cina. Continuo a guardare in alto e quando abbasso gli occhi sono solo, nessuno è rimasto, solo tanti discorsi aperti e infiniti mondi da scoprire, e mi sembra di essere anch’io dentro alla mia stanza a Shanghai.

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Le migliori foto naturalistiche del 2021

Le migliori foto naturalistiche del 2021

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Dopo la classifica delle migliori fotografie astronomiche e di quelle al microscopio del 2021, in questi giorni sono state premiate anche le migliori foto naturalistiche dell’ultimo anno. Il Wildlife Photographer of the Year è un concorso organizzato dal Natural History Museum di Londra, arrivato alla 57esima edizione.
Ci sono molti aspetti che rendono straordinarie le 100 foto in gara, scattate da fotografi professionisti o amatori e selezionate tra 50mila proposte. Da un lato la tecnica utilizzata e la pazienza nell’aspettare di realizzare lo scatto perfetto, irripetibile in molti casi. Dall’altro il punto di vista insolito, che avvicina gli spettatori ad eventi naturali insoliti o ad animali difficilmente avvicinabili, come lo scatto del ragno grosso come una mano umana o del “selfie” scattato da un orso grizzly, davanti alla carcassa di un cervo negli Stati Uniti.

Il concorso Wildlife Photographer of the Year è diviso in 19 categorie, dalle quali sono stati annunciati i due vincitori. Laurent Ballesta, specializzato in fotografia acquatica, ha vinto l’Adult Grand Title Winner con un’immagine che immortala alcune cernie mimetiche della Polinesia francese che escono da una nuvola di uova e sperma. Il fotografo francese ha impiegato cinque anni di immersioni notturne per cogliere questo momento, che si ripete solo nel periodo della luna piena di luglio.
L’altro vincitore del concorso di foto naturalistiche è stato Vidyun R. Hebbar, di soli dieci anni, premiato con il Young Wildlife Photographer of the Year per l’immagine di un ragno avvolto dalla sua tela, scattata a Bangalore (India).

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Le migliori foto naturalistiche del 2021
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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

Giulia Guido · 3 giorni fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle.
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @_barbarac__, @alanyssalas_ph, @saracamporesi.it, @salvo_95126, @labianca_paola_photo, @reportageofmylife, @monica_milescow, @mariyaleksa_ph, @_eleonoram_, @cynthia_foto.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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Julien Lallouette e le persone raccontate con gli scatti

Julien Lallouette e le persone raccontate con gli scatti

Giulia Guido · 3 giorni fa · Photography

In che modo raccontereste i vostri amici? O meglio. Quale mezzo scegliereste di utilizzare per valorizzare loro? Julien Lallouette ha scelto la fotografia. 

Classe 1991, Julien Lallouette è un’art director e fotografa francese, nata a Le Havre, e con base a Londra. Oltre a lavori commerciali, Julien realizza progetti personali in cui si focalizza su una persona alla volta. Visitando il suo sito si possono trovare diverse serie di scatti, ciascuna dedicata a una persona diversa e intitolata con il nome della protagonista. Amiche, conoscenti, ma anche modelle vengono ritratte in ambienti domestici e intimi dove hanno la libertà di mostrarsi come sono davvero.

La luce è quella naturale che entra senza ostacoli da finestre spalancate, che viene filtrata da tende, o che penetra con fatica da imposte chiuse. Lo stile retrò e vintage è il risultato dato dalla pellicola, infatti Julien Lallouette fotografa in analogico, attirata dalla grana spessa, dagli effetti, ma anche dall’attesa e dall’attenzione che precedono e seguono il momento dello scatto. 

Così, sulle punte dei piedi, entriamo nel bagno di Lily mentre si fa un bagno o nella veranda di Lucy quando è appena sveglia. Noi abbiamo selezionato solo alcuni dei suoi scatti, ma seguite Julien Lallouette su Instagram e visitate il suo sito per vederne di più. 

Julien Lallouette
Julien Lallouette
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Julien Lallouette e le persone raccontate con gli scatti
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Il tre volte Premio Oscar Lubezki firma il Calendario Lavazza 2022

Il tre volte Premio Oscar Lubezki firma il Calendario Lavazza 2022

Giulia Guido · 5 giorni fa · Photography

In un lunedì diverso dagli altri percorro un piccolo vicolo fiorentino poco illuminato dal sole finché la meraviglia non mi si presenta davanti agli occhi. Piazza della Signoria mi accoglie con la sua bellezza che non importa quante volte sei stato a Firenze, sembra sempre incredibile pensare che un luogo così riesca a sopravvivere al tempo.
È proprio qui, all’interno della Camera d’Arme di Palazzo Vecchio che prendo il mio posto per scoprire il nuovo Calendario Lavazza 2022

L’anno scorso Lavazza aveva presentato il Calendario al grido di The New Humanity invitando, in un periodo di incertezze e paure come se ne sono visti pochi negli ultimi decenni, a immaginare un futuro fondato su una nuova umanità. È forse in questo concetto che affonda le radici il tema del Calendario dell’anno prossimo, I Can Change The World

In un certo senso è come se Lavazza ci stesse dicendo che non basta immaginare e sognare un futuro diverso, ma bisogna attivarsi e combattere per costruirlo. Allora, quale posto migliore della città che ha dato i natali a Brunelleschi, Lorenzo de’ Medici, Dante Alighieri, Machiavelli, ma anche a Guccio Gucci, Oriana Fallaci e Tiziano Terzani per dimostrare come nessun cambiamento si innescherà mai finché ognuno di noi non dedicherà la propria vita a questa causa. 

Come in ogni battaglia che si rispetti abbiamo bisogno di capitani da seguire e di cui imitare le gesta. Lavazza ce ne offre sei, sei personalità di spicco nel loro ambito, sei giovani che sono riusciti a fondere la loro passione con tutti i valori in cui credono. 

La street dancer Shamell Bell che si batte contro il razzismo, la biologa marina Cristina Mittermeier che documenta l’avanzare della distruzione degli oceani con fotografie subacquee e non, la rapper rifugiata afgana Sonita Alizada, il musicista Ben Harper che ha lavorato a un remake della propria canzone “With my own two hands” per l’accompagnamento musicale del video clip del progetto Calendario Lavazza 2022. A completare il sestetto, e presenti a Firenze, Shilpa Yarlagadda, designer di gioielli che supporta l’empowerment femminile, e il land artist Saype

A dirigere e fotografare questi sei attivisti, o artivisti – come li ha definiti Francesca Lavazza presentando il progetto – Lavazza si è affidata al (e qui mi sbilancio, ma credo che i tre premi Oscar vinti consecutivamente sostengano questa tesi) miglior direttore della fotografia di sempre, Emmanuel Lubezki

Lubezki

Trattengo il fiato, e con me tutta la stampa presente, mentre sale sul palco. Bastano poche parole per capire che la purezza e la sensibilità delle immagini che crea e che siamo abituati a vedere sul grande schermo sono solo il riflesso della sua personalità, cosa che ho potuto appurare anche nei minuti trascorsi insieme una volta finita la conferenza e forse motivo principale per cui è stato scelto proprio lui per raccontare con 12 scatti il claim “I Can Change The World”. 

Scatti che vogliono, e possono, dare solo il LA al cambiamento che auspichiamo di vedere nel mondo e di questo Chivo – soprannome di Lubezki – ne è consapevole. “Sarebbe troppo pretenzioso pensare che un calendario possa cambiare il mondo”, mi dice aggiungendo “l’unica cosa che io posso fare è amplificare le voci di questi artisti. Ognuno di loro sta lavorando davvero sodo per cambiare il mondo. Sono profondamente ottimisti e quando si è ottimisti si vive per davvero la propria vita, credendo in ciò che si fa, e loro lo stanno facendo. In questo caso il mio è un lavoro umile e mi metto al loro servizio per raccontare chi sono e cosa fanno nella speranza di scatenare in chi li scoprirà delle vibrazioni positive.

Lubezki

Percepisco da come ne parla e dagli occhi lucidi che a volte lo tradiscono che il legame creato con i sei protagonisti del Calendario è reale e profondo. Scoprire che ognuno di loro è stato scattato in luoghi differenti del Pianeta che mostrano sia l’impatto del cambiamento climatico sia quanto di bello ha da offrire il mondo in cui viviamo e che Chivo li ha vissuti tutti a fianco dei giovani attivisti, facendosi anche dirigere da loro, non ha fatto altro che confermare i miei pensieri. “Ho parlato con loro – mi racconta – ci siamo confrontati e ho capito subito che non avrei dovuto lavorare come un fotografo, ma più come un direttore della fotografia, lasciandomi dirigere da loro e facendomi guidare anche dalle loro idee. Per questo motivo abbiamo dei ritratti in primissimo piano, ma anche delle foto in cui a dominare è il paesaggio.” 

A questo punto basta davvero uno sguardo alle foto per capire come i 12 scatti creano un racconto più complesso e strutturato. “Dal deserto scelto da Sonita al mar dei Caraibi dove ho fotografato Cristina, tutti i paesaggi in cui abbiamo lavorato sono in pericolo e scattare questi sei giovani immersi nella bellezza e nella fragilità di questi posti sottolinea il loro profondo ottimismo di cui parlavo all’inizio. Ho cercato di creare un viaggio da fare attraverso il calendario, attraverso i diversi luoghi, ma anche attraverso la luce”. 

Non deve stupire questa scelta, Lubezki è riconosciuto internazionalmente proprio per un utilizzo minuzioso e perfetto della luce naturale. “Beh – mi confida – devo dire che l’uso della luce naturale è nato dai registi con cui lavoro, in particolare da Terrence Malick che quando mi ha chiamato a lavorare con lui è stato per fare un film tutto con la luce naturale. Grazie alla sua conoscenza del comportamento della luce naturale, ma anche della fotografia, siamo riusciti a fare quattro film insieme usando esclusivamente luce naturale. Per Revenant è stato diverso e penso che per Alejandro sia stato interessante esplorare questo mondo e capire come muoversi e come lavorare durante il giorno rispetto alla luce. Ma non sono stato io ad avere l’idea iniziale.” Nonostante ciò, ora questa impronta stilistica è diventata la sua firma e possiamo ritrovarla anche all’interno del Calendario, infatti ha aggiunto “In questo caso specifico, ho incorporato la luce naturale nel calendario perché ho pensato che avrebbe dato un risultato più puro, che mi avrebbe aiutato a incorporare i personaggi con nel paesaggio, anche se a volte ho usato il flash. Per Saype, per esempio, ho dovuto farlo. La sua foto è stata scattata tra le tre e le quattro del mattino in Alaska ed era così buio che ho dovuto per forza utilizzare delle luci.” 

Lubezki

Come detto poche righe sopra, quello creato da Lavazza ed Emmanuel Lubezki è un viaggio alla scoperta del mondo che per il breve tempo di una vita occupiamo e che stiamo dando troppo per scontato. A qualcuno la scelta di affidare la realizzazione e la direzione artistica a un direttore della fotografia abituato a lavorare nell’ambito cinematografico può far storcere il naso. Se, però, si scava più a fondo arrivando al profilo Instagram di Chivo (lo trovate come @chivexp, nome datogli da Steven Soderbergh) il cerchio si chiude e tutti i dubbi vengono sanati.
Facendo parte di quelle 500 mila persone che lo seguono non potevo non approfittare per chiedergli cosa ne pensasse di Instagram, ritrovandomi improvvisamente a parlare con una persona di 56 anni che probabilmente ha capito meglio di me e molti giovani quale sia l’utilizzo più giusto. “Ho iniziato a usare Instagram sia perché volevo sapere di cosa si trattasse, ma anche perché, avendo due figlie, ero preoccupato degli effetti che hanno sui giovani. A poco a poco poi ho iniziato a scoprire un aspetto enciclopedico ed è diventato un posto dove trovare fotografie incredibili, ballerini, coreografi, pittori, musicisti, artisti. Infine si è trasformato anche in un luogo dove conoscere e incontrare persone, Saype l’ho conosciuto attraverso Instagram”.

Il nostro incontro si conclude concordando sul fatto che gli smartphone abbiano a tutti gli effetti cambiato il nostro modo di fare fotografie, ma che se il risultato deve vivere fuori dallo schermo di un telefono allora bisogna affidarsi ad altri strumenti. “Se hai intenzione di stampare delle foto, per esempio delle dimensioni di quelle per il Calendario Lavazza, probabilmente avrai bisogno di una fotocamera di maggiore qualità”. 

Mi congedo con la consapevolezza di aver appena avuto uno di quegli incontri che capitano una volta nella vita e una frase continua a risuonarmi nella testa, “I Can Change The World”. 

Il tre volte Premio Oscar Lubezki firma il Calendario Lavazza 2022
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Il tre volte Premio Oscar Lubezki firma il Calendario Lavazza 2022
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