Style La storia della t-shirt più controculturale mai vista alle Olimpiadi
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La storia della t-shirt più controculturale mai vista alle Olimpiadi

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Giulia Guido

Barcellona, agosto 1992. Sul terzo gradino del podio della premiazione per il basket maschile, i giocatori lituani con al collo le medaglie di bronzo indossano qualcosa che passerà alla storia: una maglietta tie-dye gialla, verde e rossa con uno scheletro che schiaccia a canestro. Non si tratta né della divisa ufficiale della delegazione lituana (quell’anno firmata da Issey Miyake), né di una trovata di marketing. È qualcosa di molto più strano e molto più bello.

Per capire cosa significava quella maglietta, bisogna prima capire cosa significava in quel periodo il basket per la Lituania. Più che uno sport, era una forma di identità nazionale, e durante il periodo sovietico quasi l’unica forma di resistenza non violenta disponibile. Il giornalista Arūnas Pakula dichiarò proprio a questo proposito: “ci sentivamo una nazione occupata. Non avevamo armi. L’unica opportunità per dimostrare il nostro valore contro i sovietici era il basket“.

La storia è lunga. La nazionale lituana vinse gli ultimi due Campionati Europei prima della Seconda Guerra Mondiale, nel 1937 e nel 1939. Poi arrivò l’annessione sovietica, e con essa la fine di qualsiasi squadra nazionale autonoma. I giocatori lituani continuarono a esistere, ma sotto un’altra bandiera: la manifestazione più evidente fu la nazionale sovietica che vinse l’oro olimpico nel 1988, dove quattro lituani formavano il quintetto base.
Le partite tra lo Žalgiris Kaunas e il CSKA Mosca, la squadra militare costruita coi migliori giocatori sovietici, erano di fatto partite tra la Lituania e l’Unione Sovietica. Il basket era l’unico campo dove si poteva battere il nemico e dirlo ad alta voce.

L’11 marzo 1990 la Lituania dichiara l’indipendenza dall’Unione Sovietica e due anni dopo, quando le Olimpiadi di Barcellona sono dietro l’angolo, la situazione economica del paese è talmente grave che la federazione lituana si trova senza fondi per poter partecipare. I giocatori più forti – Sabonis, Marčiulionis, Chomičius, Kurtinaitis – sono pronti a rappresentare finalmente il proprio paese, ma non ci sono i soldi per poterlo fare.

Ma si sa, è proprio dai momenti di crisi che nascono le idee geniali. Così, all’inizio del 1992, Šarūnas Marčiulionis e Donnie Nelson – all’epoca rispettivamente guardia titolare dei Golden State Warriors e scout – bussano alla porta di un garage a San Francisco. Ad aprire sono i Grateful Dead.

La band aveva letto degli sforzi di Marčiulionis per raccogliere fondi per partecipare alle Olimpiadi e voleva supportare la causa. Lo stesso Jerry Garcia disse qualcosa del tipo: “Siete tutta libertà e siete tutto rock, e anche noi lo siamo, ci piace quello che fate“. I Grateful Dead erano la band della Summer of Love, dell’America psichedelica e controculturale, e la storia di un paese appena uscito dall’oppressione sovietica che voleva presentarsi alle Olimpiadi li entusiasmò, tanto da portarli a staccare un assegno da 5.000 dollari.

Ma la parte più importante non fu il denaro: fu la licenza. I Grateful Dead concessero alla squadra lituana il diritto di utilizzare la loro immagine per realizzare del merchandise. Oltre ai prodotti in vendita, venne realizzata anche una t-shirt che la squadra indossò proprio al momento della premiazione.

Questa maglietta venne disegnata dal designer newyorkese Greg Speirs, che – come i Grateful Dead – sposò la causa lituana. La maglietta disegnata da Speirs raffigurava uno scheletro che schiaccia a canestro, con pantaloncini coordinati, il tutto in stile tie-dye nei colori della bandiera lituana: giallo, verde e rosso. Il tie-dye era un rimando esplicito alla cultura hippie e simboleggiava la libertà.

Sul podio, in quelle divise improbabili e bellissime, c’era qualcosa di irriducibile a qualsiasi narrazione sportiva ordinaria. Le magliette divennero i souvenir più popolari dell’intera Olimpiade – più di quelle del Dream – perché andavano oltre lo sport; portavano con sé la fine della Guerra Fredda, l’utopia controculturale americana, una nazione che tornava a esistere attraverso il basket.

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Scritto da Giulia Guido

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