Textures of Iceland, l’Islanda vista da Nicholas Aspholm

Textures of Iceland, l’Islanda vista da Nicholas Aspholm

Giulia Guido · 3 settimane fa · Photography

Textures of Iceland, non potrebbe esserci titolo migliore per la serie fotografica realizzata da Nicholas Aspholm. La passione di Nicholas per la fotografia nasce molti anni fa, quando da bambino i suoi genitori gli regalarono la prima macchina fotografica digitale. 

Coltivando questa passione negli anni, spinto anche dalla voglia di trasformare un suo hobby in qualcosa di più, Nicholas si è dedicato sempre più a fondo alla fotografia, iniziando a viaggiare e mettendo a punto uno stile personale e riconoscibile. 

Come nella maggior parte dei suoi lavori, il soggetto di Textures of Iceland è il freddo e spoglio paesaggio offerto dai paesi del nord. In Islanda, immerso tra la montagne, gli specchi d’acqua e il mare, la lente di Nicholas Aspholm è riuscita a catturare le diverse texture offerte dalla natura che sono state poi racchiuse in una serie quasi monocromatica. 

Gli scatti minimali di questo progetto catturano lo spettatore, restituendo esattamente le sensazioni che si provano a viverlo di persona, quando mentre la natura incontaminata sovrasta l’uomo l’unica cosa a cui si può pensare è che esistano ancora dei luoghi così. 

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Promise me a Land, un viaggio tra Israele e Palestina

Promise me a Land, un viaggio tra Israele e Palestina

Giulia Guido · 3 settimane fa · Photography

A volte un luogo non influisce sul corso della vita di un uomo, che sarebbe stata uguale in ogni posto. Altre volte una città, un paese o un confine possono rappresentare un macigno sull’esistenza di una persona, o di migliaia. Questo è il caso di due Paesi la cui storia è reciprocamente legata, anzi fusa, Israele e Palestina

La delicata situazione politica che influenza la vita di questi due stati fa ormai parte della nostra quotidianità. Si tratta di una una di quelle situazioni di cui tutti sanno l’esistenza, ma pochi ne conoscono le vere cause. Il conflitto tra Israele e Palestina semplicemente c’è. 

Incuriosito da quest’ultimo, il fotografo francese Clément Chapillon nel 2010 è partito per la prima volta verso questi paesi e, mentre scopriva uno scenario diverso da quello appreso dai notiziari, provava per la prima volta il lavoro sul campo, assaporandone la bellezza e l’unicità. Proprio per questo motivo qualche anno dopo, Clément, è tornato in Israele e in Palestina, questa volta per dedicarsi più approfonditamente a un progetto fotografico. 

Nasce così Promise me a Land, la sua serie fotografica che offre una visione nuova e originale di questi luoghi, in cui, al centro della ricerca artistica non c’è la situazione politica e le tensioni, ma lo stretto legame che si è legato tra le persone e la terra in cui vivono, indipendentemente dal loro credo e dalla loro nazionalità. 

Promise me a Land diventa un documento che riporta i segni, i graffi che anni di storia hanno inflitto sul paesaggio e sui volti della gente. 

Promise me a Land, un viaggio tra Israele e Palestina
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Tra moda e musica, la fotografia di Francis Delacroix

Tra moda e musica, la fotografia di Francis Delacroix

Giulia Guido · 3 settimane fa · Photography

Classe 1995, Francis Delacroix, nome d’arte di Francesco Cerutti, ma su Instagram conosciuto anche come @younggoats, è un giovane fotografo che attraverso i suoi scatti è riuscito a restituire al suo pubblico e ai suoi fan una retrospettiva unica della scena rap e trap italiana e del mondo della moda. 
I suoi rullini raccontano storie di backstage, dietro le quinte, quegli attimi sospesi prima dell’inizio di uno show. 

A noi di Collater.al ha raccontato come è nata la sua passione, cosa cerca di raccontare e lo stretto legame che ha sia con la musica, sia con la moda. Leggi la nostra intervista qui sotto. 

Raccontaci di te, del tuo background e del percorso che ti ha portato a questo punto.   

Prima di iniziare ad appassionarmi alla fotografia, ho sempre avuto la passione per la musica, sia a livello di ascoltatore che di musicista. Dai 13 ai 15 anni ho suonato in diverse band con il produttore Greg Willen e fino ai 18-19 anni ho sempre considerato la musica come possibile ambito creativo e lavorativo. Il passaggio alla fotografia è avvenuto molto gradualmente, partendo come semplice hobby per poi diventare una vera propria passione. Le influenze visive però le ho sempre avute, fin da quando avevo 13 anni, sopratutto molto banalmente, dalle cover dei CD. Ero mega appassionato delle copie fisiche, dei booklet e delle confezioni. Ogni giorno saltavo scuola per andare alla Fnac in centro per comprare dischi su dischi, sopratutto metal/alternative, e molte volte ero attratto dall’influenza visiva dei gruppi che ascoltavo, piuttosto che dalla musica. Compravo CD che mi colpivano visivamente e poi magari ascoltandoli mi facevano schifo. Così ho iniziato inconsciamente ad assimilare il linguaggio visivo che poi sono riuscito ad esprimere grazie alla fotografia.

David Bowie, Jimmy Page vestito da capo a piedi in un uniforme fashion Nazi, Tyler, The Creator con Supreme e Stray Rats, Dave Mustaine con giacca a frange nera e cintura di proiettili cromati; tutti questi sono stati esempi di musicisti che ascoltavo e mi hanno colpito così fortemente dal punto di vista estetico che l’idea di esprimermi in maniera visiva ha iniziato a prendere terreno. Lo switch finale da un campo all’altro è avvenuto al mio ritorno dagli States in Italia, quando ho iniziato a dedicarmi anima e corpo alla fotografia.

Sembra che nel campo della fotografia il gusto stia virando dal digitale all’analogico, come ti spieghi questa tendenza e cosa ha portato te a scattare su pellicola? 

Più che una tendenza, lo definirei un ritorno.
Poi, anche durante il periodo dal 2000 al 2010, in cui il digitale predominava, c’erano fotografi di alto livello che continuavano a scattare in pellicola, quindi diciamo che non è mai totalmente morto come utilizzo. 
Io ho iniziato a scattare in pellicola quando ho iniziato a fotografare, visto che avevo già qualche vecchia macchina in casa. Inoltre, mi sono ispirato anche a gruppi come l’Odd Future, che avevano sempre fotografi che seguivano le loro date e avventure e che scattavano sempre a pellicola, come Sagan Lockhart e Brick Stowell. Sono partito quindi scattando in 35mm, poi il mio stile si è evoluto, passando prima al 6×4,5, e infine ai formato 6×6 e 6×7.

Uno dei progetti che ti ha fatto conoscere è sicuramente quello che racconta la scena rap e trap italiana. Raccontaci come ti è venuta l’idea per questa serie fotografica e di come, in ambienti come i backstage dei tour, è possibile cogliere l’attimo giusto da scattare? 

Più che un idea, in quanto l’idea di scattare backstage dei tour non è assolutamente una novità, è stata una necessità. Nell’Autunno 2016, essendo appena tornato dagli Stati Uniti, mi ero perso l’esplosione della scena Trap in Italia, e quindi è stata la mia curiosità e la voglia di capire questo fenomeno a farmi iniziare a scattare la scena in fermento.
Avendo accumulato molto materiale sono riuscito a realizzare due mostre: “Celebrity” a Roma e “Backstage Diares” a Milano, realizzata insieme al mio fotografo italiano preferito Bogdan Plakov, che aveva anche lui molto materiale inedito da esporre.

Dopo la scena musicale sei passato al mondo della moda. Qual è il tuo legame con essa e come è avvenuto questo passaggio?

Secondo me il confine tra la scena musicale attuale e la scena fashion è molto sottile, viste le profonde reciproche influenze, infatti per me è stato un passaggio abbastanza istantaneo, molto naturale. Frequentando la Dark Polo Gang, alla fine l’argomento su cui si tornava sempre era la moda, che sia parlare con loro di brand che non conoscevo al tempo, di influenze nei video con il loro Art Director DarkTmd, o andare con loro nei backstage delle sfilate.

È stato un passaggio necessario per me dal punto di vista creativo, che mi ha aperto un sacco di porte e mi ha fatto maturare notevolmente dal punto di vista artistico. Non definisco comunque concluso il mio rapporto con la scena Trap, anzi. Semplicemente lo vivo in maniera diversa, lavorando più come Art Director di progetti al posto che come semplice reporter, in modo da poter esprimere i valori estetici e le citazioni artistiche che mi ispirano. Il caso di FSK TRAPSHIT (e la sua re-pack, REVENGE) è il perfetto esempio. È un progetto che mi ha emozionato fin dall’inizio e in cui ho potuto inserire a livello visivo molti elementi che mi appartengono, sia dal mondo musicale che fashion.

Quali aspetti del mondo della moda cerchi di far risaltare attraverso i tuoi scatti e perché? 

Il mio rapporto con la moda è stato molto semplice e ho puntato la mia ricerca per raggiungere un solo obiettivo: l’iconicità della foto tramite il soggetto. Bailey, Avedon, Mick Rock, O’ Neill, Terry Richardson, e i ritratti più semplici di LaChapelle.
Queste sono le influenze più grandi nelle mie foto.
Nei miei lavori cerco sempre di unire la fotografia di ritratto con il Fashion, in modo da rendere il rapporto tra l’osservatore e la persona scattata più immediato.Come nei lavori di Bailey, Fashion non significa set con mille props o foto mega-patinate, ma semplicemente lo stile che il soggetto riesce a dimostrare davanti alla camera. L’attitudine con cui una persona arriva sul set è tutto, senza quella, non si può creare una foto iconica.

Progetti futuri?

No comment. 

Tra moda e musica, la fotografia di Francis Delacroix
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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

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Giulia Guido · 3 settimane fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @fabrizio.verrecchia, @_moniaruggeri_, @luccaro_, @marina_bocchetti, @claudiacosi_, @sara_sabatino, @temporary_lecci, @claudiaferrarophotography, @_caparelli_.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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Io e lei sotto la pioggia ma senza kway

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Ce soir 🥀 @saramondello_

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La fotografia architettonica e minimale di Graeme Haunholter

La fotografia architettonica e minimale di Graeme Haunholter

Giulia Guido · 2 settimane fa · Photography

Silenzio. È la prima parola che viene in mente guardando gli scatti di Graeme Haunholter, designer e fotografo canadese. I suoi soggetti preferiti sono i paesaggi urbani, le forme degli edifici, le linee delle facciate e il contrasto dei colori. 

Oltre a scenari ordinari, dalle strade alle spiagge, Graeme ha anche immortalato in maniera unica La Muralla Roja di Ricardo Bofill, il Getty Museum di Los Angeles, il Museo Yves Saint Laurent di Marrakesh. Quello restituito dalle immagini del fotografo sembra un mondo vuoto, desolato, in cui la natura è perfettamente allineata con le linee della città e tutto si fonde in un gioco di incastri e di figure geometriche.

Sfogliare le sue fotografie è come fare una passeggiata in città e venire catturati dai pattern da cui siamo circondati tutti i giorni, dai colori degli intonaci, dalla poca natura che sopravvive qua e là. 

Scopri una selezione delle fotografie di Graeme Haunholter qui sotto. 

Graeme Haunholter | Collater.al 9q
La fotografia architettonica e minimale di Graeme Haunholter
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