The Machine Stops di Casey McKee è una storia di solitudine

The Machine Stops di Casey McKee è una storia di solitudine

Giulia Guido · 1 anno fa · Art

Quella di Casey McKee è un’arte in bilico tra pittura e fotografia. Dopo anni e anni di sperimentazioni e tentativi la sua tecnica ha raggiunto la perfezione, che possiamo vedere nella sua ultima serie di lavori The Machine Stops.

Casey è nato a Phoenix in Arizona per poi spostarsi a Berlino, dove oggi vive e lavora. Col tempo è riuscito a mettere a punto un processo creativo unico che unisce pittura e fotografia. Quest’ultima rappresenta la base del suo lavoro.
Grazie all’uso di emulsioni fotografiche liquide Casey è in grado di stampare le sue foto su diversi materiali. Iniziando dal legno grezzo e carta fatta a mano è arrivato a riuscire a stampare sulla tela. Da qui poi l’idea geniale, quella di incorporare la pittura, che man mano è diventata sempre più dominante.

L’interazione tra i due mezzi è talmente perfetta da non riuscire più a distinguere dove finisce la fotografia e inizia la pittura.

Un ottimo esempio è la sua ultima serie The Machine Stops. Il protagonista di queste opere è un astronauta solitario che vaga tra terre sconosciute. Il suo stato ricorda vagamente Meursault, il protagonista de Lo Straniero di Camus. Il titolo della serie riprende quello del romanzo omonimo di E.M. Foster, in cui le persone non sono più capaci di vivere sulla superficie della Terra.
Come l’astronauta che grazie alla migliore tecnologia riesce ad arrivare in luoghi lontani e sconosciuti, ma poi si ritrova solo, noi, grazie a internet e i social seguiamo e sappiamo tutto, ma rimanendo perennemente isolati. Per ricominciare l’unica soluzione è quella di fermare la macchina in cui siamo perennemente immersi.
Questa serie attualmente si trova alla galleria Space K di Seoul, dove rimarrà fino al 26 ottobre 2018.

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Il MacRo cambia aspetto grazie all’artwork Metamuseo di Greg Jager

Il MacRo cambia aspetto grazie all’artwork Metamuseo di Greg Jager

Giulia Guido · 1 anno fa · Art

In occasione del nuovo allestimento del MacRo, il Museo d’arte contemporanea di Roma, curato dall’Azienda Speciale Palaexpo e dalla direzione di Giorgio de Finis, lo street artist Greg Jager ha realizzato Metamuseo.

Il murale prende spunto dall’idea dei responsabili del MacRo di rinnovare e rafforzare il rapporto tra il museo e i cittadini e si sviluppa su una superficie di 100m² partendo dell’ingresso. Per quest’opera Jager si è confrontato con il luogo che la ospita, costruendo un dialogo tra la sua arte e le architetture progettate da Odile Decq.

Nasce così un artwork grafico, caratterizzato da figure geometriche e con un rigoroso schema cromatico. Il nero e il grigio predominano nella lobby e nei percorsi sospesi, il rosso lo troviamo nell’auditorium e nello spazio dedicato alla caffetteria e il bianco, invece, è dedicato alle sale espositive.

Greg Jager riesce in questo modo a creare una dimensione astratta che il visitatore vive attraversando le gallerie e le sale del museo.

Dall’1° ottobre Metamuseo rientra tre le opere stabili del MacRo, visitabile nei giorni di apertura del museo.

Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al Metamuseo di Greg Jager | Collater.al

PH: Gianfranco Fortuna.

Il MacRo cambia aspetto grazie all’artwork Metamuseo di Greg Jager
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Per il Met Gala 2019 la parola d’ordine è kitsch e Gucci fa da padrino

Per il Met Gala 2019 la parola d’ordine è kitsch e Gucci fa da padrino

Giulia Guido · 1 anno fa · Art

Dopo il Met Gala dell’anno scorso a tema “Heavenly Bodies: Fashion and the Catholic” mai avremmo pensato che potesse esserci qualcosa di più esagerato, ma sembra che quello del 2019 lo sarà. Attori, modelle, stilisti ed esponenti del mondo del jet set si riuniranno il prossimo 6 maggio sulle scale del Metropolitan Museum di New York per sfoggiare abiti e completi seguendo il tema “Camp: Notes on Fashion“.
In questo caso il termine camp si riferisce all’uso spregiudicato e consapevole del kitsch nel mondo dell’arte. Al timone dell’evento più atteso dell’anno ci saranno Lady Gaga, Harry Styles, Serena Williams, Anna Wintour e Alessandro Michele.

A ispirare il tema è il saggio “Notes on Camp” pubblicato nel 1964 della critica culturale Susan Sontag. Susan fu la prima a esaminare l’argomento e analizzare il kitsch all’interno della cultura occidentale, aprendo la strada a molti altri studiosi.

“L’essenza del camp, infatti, consiste nell’amore per ciò che è innaturale: l’amore per l’artificiale e per l’esagerato.”

Tre giorni dopo il Gala, sempre al MET inaugurerà la mostra sullo stesso tema. Dal 9 maggio all’8 settembre 2019 verranno esposti circa 175 oggetti attraverso cui si ripercorrerà la storia del camp. Si partirà dalle sue origini per arrivare ai giorni nostri, esplorando come l’ironia, l’umorismo, la parodia e l’esagerazione sono entrate a far parte del mondo della moda. Tra gli stilisti i cui lavori saranno presenti ci sono Marc Jacobs, Jean Paul Gaultier, John Galliano, Franco Moschino, Miuccia Prada, Elsa Schiaparelli, Vivienne Westwood, Gianni e Donatella Versace e ovviamente Alessandro Michele.

Dico ovviamente perché sponsor della mostra sarà proprio Gucci. Dopotutto, non poteva esserci scelta migliore, dato che caratteristica fondamentale del marchio di Michele è proprio la capacità di unire arte e cultura pop.

 

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The @MetCostumeInstitute’s spring 2019 exhibition will be “Camp: Notes on Fashion” opening May 9, 2019 with #MetGala on Monday, May 6. It will explore the origins of the camp aesthetic and how it has evolved from a place of marginality to become an important influence on mainstream culture. Susan Sontag’s 1964 essay “Notes on ‘Camp’” provides the framework for the exhibition, which will examine how fashion designers have used their métier as a vehicle to engage with camp in compelling, humorous, and sometimes incongruous ways. // 1. Ensemble, Virgil Abloh (American, born 1980) for Off-White c/o @VirgilAbloh (Italian, founded 2013), pre-fall 2018 2. Shirt, Franco Moschino (Italian, 1950–1994) for House of @Moschino (Italian, founded 1983), spring/summer 1991 📷: Photo © Johnny Dufort, 2018 #TheMet #CostumeInstitute #MetCamp

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Per il Met Gala 2019 la parola d’ordine è kitsch e Gucci fa da padrino
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“I only do art so yeah”, le illustrazioni di Somehoodlum

“I only do art so yeah”, le illustrazioni di Somehoodlum

Claudia Fuggetti · 1 anno fa · Art

“I only do art so yeah” recita la frase del profilo Instagram di Somehoodlum, ed in effetti è proprio vero! L’artista è un graphic designer di grande talento, Internet jokester e creatore di meme virali,  inoltre ha collaborato con Comedy Central, Soulection, i Migos e molti altri. Tutto è iniziato in un giorno qualunque, mentre frequentava la scuola di industrial design e si divertiva a sperimentare nuovi stili grafici, quando un suo amico gli disse che con questo tipo di disegni sarebbe potuto diventare famoso.

I suoi meme sono ironici e brillanti e rappresentano molto la scena trap, anche se tra i suoi artisti preferiti ci sono nomi che fanno musica molto diversa tra loro, come Lil Yachty, Playboi Carti, Taylor Swift, Aphex Twin, Squarepusher e Hudmo. Dal punto di vista della ricerca visuale è stato influenzato da Itsmcflyy, hoodass (Filip Hodas), Henri Matisse, Martin Scorsese, Shinichirō Watanabe, Walter Gropius.
Somehoodlum è uno che ha cultura, ma a cui piace giocare e divertirsi con le immagini, un figo insomma.

Puoi trovare alcune t-shirt con le stampe dei disegni dell’artista sul sito di Urban Outfitters, per tutto il resto c’è il suo sito.

I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al I only do art so yeah, le illustrazioni di Somehoodlum | Collater.al

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L’installazione di Daan Roosegaarde traccia i rifiuti spaziali

L’installazione di Daan Roosegaarde traccia i rifiuti spaziali

Claudia Fuggetti · 1 anno fa · Art

Cieli neri su cui si stagliano abbaglianti fasci di luce che sembrano uscire da qualche film sugli U.F.O, questa è l’installazione che ha preso vita durante la performance del designer olandase Daan Roosegaarde.
L’opera ha il compito di tracciare in tempo reale i rifiuti spaziali per evidenziare il grande problema della scarsità di posti in cui smaltirli. L’artista racconta:

“The light installation is really impressive. It moves really slowly, but this makes it very dramatic, it’s really great to take something very abstract and problematic, and turn it into something visual and very shareable, so there was a real alien beauty to it”.

L’installazione si è sviluppata sotto forma di live performace nella città olandese di Almere, dove fasci di luce verde neon sono stati proiettati nel cielo a una distanza compresa tra 125.000 e 136.000 miglia.
Tramite l’uso di servizi di localizzazione è stato possibile direzionare la sorgente luminosa direttamente sui pezzi di detriti spaziali che fluttuavano sopra le teste degli spettatori. Questo progetto ha il compito di essere una call to action per attirare l’attenzione sulla presenza di rifiuti spaziali, rendendola una realtà visibile per chi guarda.
L’European Space Agency (ESA) sottolinea alcuni interessanti aspetti del lavoro di Daan.

“On any given moment, ten large pieces of space debris the size of satellites or a rocket stage are floating right above your head, Daan Roosegaarde wants to give these objects a face with his Space Waste Lab.”

Nel video che trovi qui sotto puoi vedere come si è svolta la performance, per saperne di più puoi visitare il sito dell’artista.

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L’installazione di Daan Roosegaarde traccia i rifiuti spaziali
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