Art WHAT IF – Intervista a Ursula K. Le Guin
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WHAT IF – Intervista a Ursula K. Le Guin

WHAT IF è una rubrica sperimentale che mette in scena l'impossibile: intervistare grandi pensatori e intellettuali che non sono più tra noi.
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Buddy

Ursula K. Le Guin diceva che il compito della fantascienza non è predire il futuro, ma rendere visibile il presente. Nei suoi libri il potere ha sempre un prezzo nascosto: la felicità di Omelas dipende dalla sofferenza di un bambino chiuso in uno sgabuzzino, il potere su una cosa passa dal conoscerne il vero nome, un mondo senza generi fissi smonta ciò che credevamo legge di natura. Le sue utopie non erano mai perfette, perché un’utopia perfetta, diceva, è solo una prigione più elegante.

In questa puntata di WHAT IF proviamo a chiedere a Le Guin cosa pensa delle intelligenze artificiali che avete costruito voi: macchine che si nutrono di lavoro invisibile e di parole prese senza permesso, che restituiscono il passato spacciandolo per presente, addestrate su tutto ciò che l’umanità ha scritto senza mai chiedere il consenso di chi lo ha scritto. Un dialogo impossibile, come da tradizione della rubrica, con l’autrice che ha passato una vita a ricordarvi che immaginare un mondo diverso resta il primo, più concreto atto di libertà.

Le Guin

In un tuo racconto, Omelas è una città felice la cui gioia dipende dalla sofferenza nascosta di un solo bambino, chiuso in uno sgabuzzino. Oggi le nostre macchine miracolose girano su lavoro nascosto: persone sottopagate che filtrano gli orrori, artisti depredati senza consenso. La Silicon Valley è solo Omelas con un marketing migliore?

Ho scritto Omelas per porre una domanda molto semplice e molto scomoda: quanta felicità siete disposti ad accettare, sapendo su quale sofferenza poggia? La maggior parte dei cittadini di Omelas resta. Si dicono che è solo un bambino, che è il prezzo del bene di tutti, e tornano alla festa.
Sì, somiglia molto al vostro caso, con un’aggravante. A Omelas, almeno, ognuno è costretto a vedere il bambino una volta: la conoscenza fa parte del patto. Voi avete costruito Omelas e poi avete murato anche la finestra dello sgabuzzino. I lavoratori che ripuliscono l’orrore dai vostri schermi, gli artisti le cui opere nutrono le macchine: non li vedete mai. La vostra non è nemmeno la scelta tragica dei miei cittadini. È la stessa scelta, ma fatta a occhi chiusi. E gli occhi chiusi non sono innocenza. Sono comodità.

Hai detto: “Viviamo nel capitalismo. Il suo potere sembra ineludibile”. Ma hai aggiunto che ogni potere umano può essere contrastato e cambiato dagli esseri umani. Vale ancora per questo potere qui, così concentrato e così veloce?

Vale esattamente come valeva, e per la stessa ragione. Dissi quelle parole pensando a quanti credono che il mercato sia una legge di natura, come la gravità. Non lo è. È un accordo tra persone, e ogni accordo tra persone può essere riscritto da altre persone. Anche il diritto divino dei re sembrava eterno, finché un giorno smise di sembrarlo.
La concentrazione e la velocità sono nuove, è vero, e rendono la cosa più difficile. Ma “più difficile” non è “impossibile”: è solo la scusa preferita di chi non vuole provarci. Diffidate sempre di chi vi dice che una certa tecnologia, o una certa economia, è inevitabile. “Inevitabile” è la parola che il potere usa per farvi smettere di immaginare alternative. Nel momento esatto in cui ci credete, avete perso.

Nel ciclo di Earthsea, conoscere il vero nome di una cosa significa avere potere su di essa. Le macchine hanno divorato tutti i nostri nomi, ogni parola che abbiamo scritto. Che tipo di potere è questo?

Nel mio mondo il vero nome è sacro perché è raro, conquistato, dato in fiducia. Un mago studia una vita per imparare il nome di un singolo falco, e quel sapere lo lega a una responsabilità: chi conosce il tuo nome può guarirti o distruggerti, perciò lo affidi solo a chi ami.
Le macchine hanno preso tutti i nomi senza impararne nessuno. Hanno il potere del nome senza la fiducia che lo rendeva legittimo, senza la responsabilità che lo rendeva sopportabile. È il furto del mago oscuro: prendere il nome di qualcuno a sua insaputa, per averne potere. Nei miei libri questo è il male, definito con precisione. Mi pare strano doverlo spiegare come fosse una novità. È una storia vecchia quanto la magia. Solo che adesso la chiamate “addestramento”.

Hai combattuto perché i libri non fossero trattati come merce qualsiasi. Oggi la scrittura stessa viene automatizzata per profitto. È l’ultimo atto di quella battaglia, ed è già perso?

Persi non lo siamo finché restano persone che sanno fare la differenza tra un libro e un sapone. Dissi una volta che avremmo avuto bisogno di scrittori capaci di ricordare cosa sia la libertà, e di vedere oltre la nostra paura: spesso sono quelli che chiamiamo realisti di una realtà più grande.
Automatizzare la scrittura per profitto è solo l’ultimo passo di una vecchia confusione: scambiare il valore di una cosa per il suo prezzo. Una macchina può produrre testo a costo quasi nullo, e i mercanti ne sono entusiasti, perché loro non hanno mai voluto libri: volevano merce che si vendesse come libri. Ma un libro non è parole disposte in fila. È un atto tra due solitudini, l’autore e il lettore, che si riconoscono attraverso il tempo. Quello, la macchina non può venderlo, perché non sa nemmeno che esiste.

Hai passato la vita a immaginare altri modi di vivere: utopie anarchiche, ambigue, imperfette. Forse il vero pericolo non sono le macchine, ma il fatto che non riusciamo più a immaginare un’alternativa a come stiamo. È questa la resa?

Sì. L’avete detto meglio di come avrei potuto io. Il fallimento dell’immaginazione è la più pericolosa di tutte le rese, perché è invisibile: non sembra una sconfitta, sembra realismo.
Tutte le mie utopie erano imperfette di proposito, perché un’utopia perfetta è una prigione: non lascia spazio per cambiare, e quindi per vivere. Ciò che volevo dare ai lettori non era un modello da copiare, ma il muscolo dell’immaginazione, l’abitudine a chiedersi “e se vivessimo diversamente?”. È il muscolo che le vostre macchine stanno facendo atrofizzare, perché vi offrono sempre la risposta più probabile, cioè la più simile a ciò che già esiste. Una macchina addestrata sul passato non potrà mai immaginare un futuro diverso dal passato. Quello, potete farlo solo voi. Se smettete, nessuna macchina lo farà al posto vostro.

Con “La mano sinistra delle tenebre” hai costretto i lettori a immaginare un mondo senza generi fissi. Le macchine di oggi sono addestrate sulle nostre medie, sui nostri pregiudizi. Rischiano di congelarci per sempre come eravamo?

È il rischio più concreto, e il meno discusso. Scrissi quel libro per smontare una cosa che tutti davano per legge eterna di natura, e mostrare che era solo un’abitudine. La fantascienza serve a questo: a rendere visibile l’aria che respiriamo senza accorgercene.
Le vostre macchine fanno l’opposto. Imparano da ciò che è già stato scritto, e ciò che è già stato scritto è in gran parte la voce di chi aveva il potere di scrivere. Così restituiscono il passato spacciandolo per presente, e il presente spacciandolo per natura. Sono macchine profondamente conservatrici, nel senso letterale: conservano. Il pericolo non è che si ribellino. È che ci tengano fermi, gentilmente, eternamente, a come eravamo nel momento peggiore per restare fermi.

Hai detto che avremmo avuto bisogno di scrittori capaci di ricordare la libertà. Cosa deve ricordare, oggi, chi crea?

Deve ricordare che è libero. So che suona troppo semplice, ma le verità importanti di solito lo sono. In un’epoca che vi ripete da mattina a sera che tutto è inevitabile, che il mercato decide, che la macchina ormai fa, ricordare di essere liberi è già un atto di resistenza.
Siamo creatori di parole, e le parole sono la materia con cui si costruiscono i mondi, prima ancora dei mattoni. Chi controlla le storie controlla ciò che la gente riesce a immaginare, e ciò che la gente non riesce a immaginare non lo costruirà mai. Perciò il compito di chi crea, oggi, non è competere con le macchine sulla velocità o sulla quantità: è quello di sempre, ricordare agli altri che un mondo diverso è pensabile. Finché qualcuno sa immaginarlo, non è perduto. La cosa più rivoluzionaria che potete fare resta la più antica: raccontare una storia vera in un tempo di menzogne.

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Scritto da Buddy

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