I 10 migliori film ambientati in una stanza

I 10 migliori film ambientati in una stanza

Giulia Guido · 3 settimane fa · Art

Da “La finestra sul cortile” a “Il buco”, ecco i 10 migliori film secondo Collater.al ambientati in una sola stanza (o quasi). 

L’angelo sterminatore, Louis Buñuel

Cominciamo con un film ambientato interamente in una stanza per il semplice motivo che il regista ha deciso così. In questo film entriamo con tutto il corpo nel mondo surreale di Louis Buñuel. Al centro del film c’è la critica della borghesia accompagnata da un’analisi psicologica dell’uomo e della società. 
Una famiglia borghese invita degli amici a cena, siamo nel salotto di casa e tutto fa pensare a una serata normale, finché non iniziano a succedere delle cose strane, dalla servitù che se ne è andata prima a delle pecore che passano inosservate all’interno del palazzo. Nonostante ciò le persone non escono dalla stanza, finendo addirittura per pernottare tutti insieme nel salotto. 
Nessuno sbarra le uscite, le 3 porte della stanza rimangono sempre aperte eppure le persone non riescono a uscire, sono incastrate. Ben presto si capirà che oltre a essere incastrate fisicamente nella sala sono anche incastrate nelle loro posizioni sociali, nei loro ruoli di borghesi. Incapaci di muoversi i personaggi seguono semplicemente il flusso degli eventi. 

La finestra sul cortile, Alfred Hitchcock 

Continuiamo con un film intramontabile e con un regista, Alfred Hitchcock, che ha fatto della cura maniacale delle scenografie, degli spazi e dei luoghi la sua firma. 
Jeff (James Stewart), fotoreporter, è costretto a casa su una sedia a rotelle dopo essersi fratturato la gamba. Cercando un modo per trascorrere il tempo si posiziona davanti alla finestra e comincia a guardare cosa fanno le persone del vicinato, finché una sera, dopo aver sentito delle urla, si convince che nella casa di fronte sia avvenuto un delitto. 
La casa di Jeff si trasforma in tutto il suo mondo, può vedere tutto quello che succede fuori ma non può uscire, e con lui, noi. Seguendo le sue teorie e guardando con i suoi occhi attraverso un sapiente uso di soggettive, anche noi siamo chiusi nel suo appartamento e anche noi non possiamo che aspettare la sua bellissima fidanzata (Grace Kelly), l’infermiera, l’ispettore di polizia e di guarire.

Breakfast Club, John Hughes

Passiamo a un cult degli anni ’80 che ha segnato la storia di un intero filone cinematografico, quello dei film adolescenziali ambientanti in un contesto scolastico. La pellicola scritta e diretta da John Hughes è interamente ambientata nella biblioteca di un liceo dove 5 ragazzi sono costretti a trascorrere un pomeriggio in punizione. Il compito affidatogli è uno, scrivere un tema dal titolo “Chi sono io?”.
La biblioteca, all’inizio luogo da cui i ragazzi non vedono l’ora di uscire, diventa lo spazio in cui le loro vere identità, i loro pensieri e le loro paure, quelle tipiche degli adolescenti, vengono svelate. In Breakfast Club la biblioteca diventa un luogo di transizione dalla quale i 5 ragazzi escono con maggiore consapevolezza, esattamente come dovrebbe esserlo la scuola nella vita di ognuno di noi. 

Shining, Stanley Kubrick

Intramontabile capolavoro cinematografico, pur avendolo visto e rivisto decine di volte è ancora difficile dire chi sia il protagonista assoluto del film di Kubrick, Jack Nicholson o l’Overlook Hotel. Mai come in questo film, tratto dall’omonimo libro di Stephen King, il luogo è funzionale alla trama
Dal momento esatto in cui Jack Torrance accetta il lavoro di guardiano dell’hotel e vi si trasferisce con la famiglia anche noi iniziamo a vivere tra le ampie sale e i lunghi corridoi dell’Overlook e insieme alla famiglia Torrence ne andiamo alla scoperta. 
Ogni stanza nasconde qualcosa e ha una storia da raccontare ed è proprio per questa loro funzione narrativa che quello per Shining fu il set più grande mai costruito all’interno degli EMI Elstree Studios, sia perché Kubrick volle a sua disposizione contemporaneamente tutti gli stage di tutte le stanze, sia perché venne ricostruita a grandezza naturale l’imponente facciata dell’hotel. Come la trama, gli interni dell’Overlook hotel ci accolgono e incuriosiscono fin dal principio, finendo poi per spaventarci esattamente come l’iconico bagno della hall color rosso sangue. 

The Hateful Eight, Quentin Tarantino 

Forse The Hateful Eight non è il film migliore della carriera di Tarantino, ma noi pensiamo che non sia neanche da condannare. Per la prima volta il regista statunitense fa un salto indietro nella storia ed esattamente qualche anno dopo la guerra civile americana ci ritroviamo a seguire 8 persone che a causa di una bufera sono costrette a trascorrere del tempo in un emporio che non può non ricordarci le locande dei film western. 
Per sottolineare la condizione di convivenza forzata di questi personaggi che, come molte molte presenti nella filmografia di Tarantino, sono al limite dell’assurdo e all0 stesso tempo realizzare un luogo funzionale alla trama, il set è stato costruito con un solo punto cieco, rappresentato dal grosso palo al centro della scena. In questo modo è stato possibile far vedere tutti i protagonisti insieme, ma anche creare un elemento dietro il quale potersi nascondere che non sembrasse totalmente fuori contesto. 

Room, Lenny Abrahamson

Tecnicamente questo film non è interamente ambientato in un solo luogo, ma è l’esempio perfetto di una produzione contemporanea che trasforma un luogo in uno protagonista della scena. Joy e suo figlio Jack vivono rinchiusi in una stanza, Joy conosce molto bene il mondo là fuori e vuole a tutti i costi liberare se stessa e suo figlio, mentre Jack, che in quella stanza ci è nato, non conosce nessun altro luogo. 
In questo caso abbiamo un luogo solo che per due personaggi ha un significato molto diverso: per la giovane madre è una prigione, è una tomba, mentre per il bambino è tutto il suo mondo. 
Ma più il tempo passa più Jack intuisce che esiste un fuori. 
La fuga sarà macchinosa e rivelerà che anche la libertà ha un valore molto diverso: per Joy è un ritorno al mondo reale, per Jack è uno shock senza precedenti. 
Durante le riprese, il fatto che più di metà film fosse ambientato in un luogo di circa 10 metri quadrati ha portato i tecnici e ad assemblare un set modulare: il soffitto, le pareti e il pavimento erano formati da blocchi smontabili attraverso i quali far passare la camera. Grazie a questa tecnica noi riusciamo ad avere una visione della stanza nella sua interezza, vista dall’alto, dal basso e da qualsiasi lato. 

Carnage, Roman Polanski

Adattamento cinematografico del dramma teatrale Il dio del massacro di Yasmina Reza, il film di Roman Polanski riesce in poco meno di 80 minuti a mostrare la natura umana in tutta la sua malvagità e meschinità. La pellicola inizia in un parco, dove due bambini litigano finché uno non tira una bastonata all’altro. Il resto del film vede i genitori dei bambini cercare di risolvere la situazione, prima in modo civile e poi senza alcun limite etico e morale. La casa di una delle due coppie diventa da luogo prescelto per la pace a campo di battaglia, una battaglia combattuta con le parole che, man mano che il tempo passa, diventano sempre più affilate. 
I quattro personaggi sono combattuti e anche noi lo siamo, loro vogliono risolvere la situazione, ma anche avere la meglio sugli altri, noi a volte vorremmo scappare, ma rimaniamo inspiegabilmente ipnotizzati, curiosi di arrivare alla fine.

Perfetti sconosciuti, Paolo Genovese 

Successo di critica e di incassi, questo film di Paolo Genovese è una delle migliori produzioni italiane degli ultimi anni. Sette amici, interpretati da sette attori d’eccezione (Kasia Smutniak, Marco Giallini, Edoardo Leo, Alba Rochwacher, Valerio Mastrandrea, Anna Foglietta e Giuseppe Battiston), organizzano una cena in casa quando, tra una cosa e l’altra, una di loro propone di posare sul tavolo tutti i cellulari e di condividere con tutti le chiamate e i messaggi che arriveranno durante la durata della serata. 
L’idea che al principio sembra innocente e anche abbastanza ridicola finirà per svelare tutti i segreti degli amici. Sette persone convinte di conoscersi veramente, convinte di essere legate da una profonda fiducia, si ritrovano ad essere appunto dei perfetti sconosciuti. Nessuno può criticare nessun altro, perché tutti hanno nascosto qualcosa, ma nessuno ha il coraggio di andarsene. Durante i litigi e le urla la casa appare una prigione, invece nei momenti di calma la casa torna ad essere il luogo perfetto in cui trascorrere una serata in compagnia, tra risate e buon cibo. 

The Place, Paolo Genovese 

Film italiano sempre scritto e diretto da Paolo Genovese e interamente ambientato in un bar chiamato, appunto, The Place. Il protagonista indiscusso di questa pellicola è Valerio Mastrandrea che interpreta una figura ambigua, sulla quale sappiamo molto poco. Sembra che lui abbia trasformato il bar nel suo studio privato, dove riceve diverse persone, tutte diverse ma che hanno tutte qualcosa in comune: hanno tutti una richiesta da fare che solo lui può “esaudire”. Per ottenere ciò che vogliono queste persone devono portare a termine dei compiti, difficili ma mai impossibili, starà a loro scegliere se farlo o no. 
Noi scopriamo cosa succede a queste persone, ai suoi clienti, solo attraverso i loro racconti, che avvengono sempre allo stesso tavolino del bar, un luogo che diventa una sorta di purgatorio. The Place parla di bene e male, parla di quanto può essere crudele e malvagia la vita, ma anche di come in ogni cosa si nasconda un pizzico di speranza e il luogo in cui è ambientato diventa insopportabile, come quei momenti della vita in cui siamo in difficoltà, in cui pensiamo rimarremo incastrati per sempre. 

Il buco, Galder Gaztelu-Urrutia

Film spagnolo che dopo essere stato presentato a diversi festival internazionali e aver riscosso un discreto successo di critica è stato acquistato da Netflix e reso disponibile sulla piattaforma dallo scorso marzo. La storia segue le vicende di Goreng e è ambientata totalmente all’interno di una prigione molto particolare che, dal piano zero, si sviluppa sotto terra, scendendo a metri e metri di profondità. La prigione è divisa in piani numerati che ospitano due detenuti e che presentano un’apertura sul soffitto e sul pavimento attraverso la quale passa una volta al giorno una piattaforma riempita con i cibi preferiti dei carcerati. La piattaforma parte sempre dal piano zero e man mano che scende viene saccheggiata dai detenuti. Questo sistema permette ai carcerati dei primi piani di avere tutto il cibo a disposizione e a quasi tutti i restanti di non ricevere mai niente. Poi, ogni mese, i carcerati vengono cambiati di piano seguendo un sistema puramente casuale. Nonostante ciò a chi si ritrova ai primi piani dopo aver patito un mese di fame non viene mai in mente di lasciare qualcosa da mangiare a chi è nelle celle più in basso. Il buco si presta a svariate letture e interpretazioni che portano a riflettere sui sistemi su cui si basa la società e le disuguaglianze create dal capitalismo e da una divisione sproporzionata della ricchezza

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The Guestbook: la nostra intervista a João Marques

The Guestbook: la nostra intervista a João Marques

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ci sono bastati pochi secondi sul suo profilo Instagram, per innamorarci degli scatti di João Marques, fotografo di Lisbona.

Se dovessimo trovare una parola con cui descrivere le sue fotografie è contemplazione, legata sia ai soggetti che scatta sia agli spettatori. Infatti, molte delle sue immagini ritraggono figure di profilo o viste di schiena con gli occhi puntati verso il cielo, di notte, di giorno, al tramonto, pieno di stelle o illuminato dalle luci della città. Come loro, anche noi rimaniamo completamente incantati dai suoi lavori.

Incuriositi abbiamo fatto qualche domanda a João Marques che ci ha raccontato come è nata la sua passione per la fotografia.

Raccontaci come ti sei avvicinata alla fotografia. C’è un momento in particolare che ti ricordi?

È iniziato tutto quando avevo circa 13 anni, a quel tempo ho chiesto a mio padre di provare la sua macchina fotografica digitale, era una Olympus e per me è stata una figata. Ho iniziato a fare per lo più ritratti dei miei amici ed è stata una cosa che mi è sempre rimasta impressa negli anni della scuola. Vivevo in una città molto piccola e la fotografia è diventata il mio hobby, filmavo e fotografavo sempre i miei amici. A 17 anni mi sono trasferito a Lisbona per finire il liceo e l’anno successivo ho frequentato la scuola di cinema. In quei tre anni mi sono concentrato soprattutto sul cinema, ho guardato molti film e ho coltivato di più la mia passione per il cinema. Solo nel 2018, dopo aver finito la laurea e aver diretto il mio primo cortometraggio “Incomum”, mi sono fermato un attimo e ho pensato che poteva essere una buona idea approfondire le mie conoscenze sulla fotografia, che ha fatto parte della mia vita per tanto tempo ma mai consapevolmente. Sono andato alla Ar.Co e ho fatto un corso di un anno e in quel momento ho ricominciato a farlo, e ho continuato ad andare avanti.

Cosa è per te la fotografia e cosa cerchi di raccontare attraverso i tuoi scatti?

La maggior parte delle volte lavoro d’istinto, quindi non c’è molta riflessione dietro il mio lavoro. A questo punto una cosa che ho capito di me stesso è che ho il bisogno di creare e di esprimermi artisticamente in qualche forma. Amo il fatto che la fotografia mi abbia dato questa opportunità di produrre istantaneamente, di creare un’idea o di esprimere la mia percezione di un sentimento su un’immagine. Per qualcuno come me che ha già un background anche sul mondo del cinema, dove tutto è molto più complesso e coinvolge molte persone, la fotografia mi dà la possibilità di fare quasi da moodboard a come voglio che siano i miei film. 

Quali attrezzature utilizzi per scattare? Quali strumenti porti con te quando scatti e perché?

Ho girato sia in analogico che in digitale. La mia fotocamera digitale è una Sony A7 III e la mia fotocamera a pellicola è una Pentax K1000. È divertente perché in realtà non ho mai avuto altre fotocamere a pellicola. Stavo pensando di passare a una macchina fotografica da 120 mm, ma per ora continuo a usare questa. Non mi piace fare molta pianificazione, quindi credo che la maggior parte delle volte non prendo nient’altro oltre alla macchina fotografica. Se prendo qualcosa sarebbe una piccola luce o qualche oggetto di scena che vorrei usare per lo scatto.

C’è uno scatto a cui sei più legato? Puoi raccontarcelo?

Se dovessi scegliere una sola immagine, forse questa. Questa immagine è stata scattata intorno alle 2 del mattino del 1° gennaio 2019. Questo è stato il giorno in cui ho iniziato questa serie che ho intitolato ‘the sky is a painting’ di scatti notturni. Questa rappresenta tutte le altre immagini notturne simili che ho fatto. Mi sono sempre sentito legato alla notte e al cielo. Ero abituato a fissare molto il cielo e ad avere uno di quei momenti in cui mi rendo conto di quanto siamo piccoli. Mi piace giocare con questa idea dell’umano contro l’universo. In futuro vorrei fare un libro fotografico con tutti i miei scatti atmosferici notturni.

Ci sono artisti che segui o ai quali ti ispiri?

Certo, ci sono altri fotografi che seguo attraverso i social media che trovo stimolanti, per lo più penso che ciò che mi attrae sia un punto di vista personale del mondo e della vita. Alcuni artisti che consiglio vivamente di vedere sono Mia Novakova, Maya Beano, Tristan Hollingsworth e Edie Sunday, per esempio. Tuttavia penso che ciò a cui mi ispiro di più siano i film. Alcuni registi che mi hanno ispirato sono David Lynch, Jonas Mekas, Teresa Villaverde, Wong Kar-Wai e Robert Bresson.

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InstHunt – Le 10 migliori foto della settimana su Instagram

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Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Ogni giorno, sul nostro profilo Instagram, vi chiediamo di condividere con noi le vostre immagini e fotografie più belle. 
Per la raccolta InstHunt di questa settimana abbiamo selezionato le vostre 10 migliori proposte: @carla_sutera_sardo, @odetteombra, @lmashtalerova, @siria.d.angelis, @moulayahmed2.0, @paolatala_10, @francescaersilia1, @adriano.losacco, @valeriaroscini, @martinanorii_.

Tagga @collateral.photo per essere selezionato e pubblicato nel prossimo numero di InstHunt.

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EST. TRAMONTO – #ontheroof

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Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso

Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso

Giulia Guido · 2 mesi fa · Photography

Sensuali e passionali, belli come le ragazze che ritraggono e in bianco e nero, sono gli scatti di Leonardo Glauso racchiusi nel suo ultimo libro “Erotic Photography”. 

Classe 1989, Leonardo è nato e cresciuto a Firenze, città che dopo tutti i suoi viaggi e i suoi trasferimenti lo ha visto tornare. Infatti dopo aver lavorato a Milano e nelle più importanti città europee oggi vive e lavora nella sua città natale. Dopo essersi laureato Graphic Design ha deciso di dedicarsi interamente alla fotografia, proseguendo gli studi presso la Scuola internazionale di Fotografia di Firenze. 

Con il tempo si è specializzato in fotografia di nudo artistico e di moda e oggi conta svariate collaborazioni con nomi nazionali e internazionali come GQ, Icon EL PAÍS, Schön! Magazine e tanti altri. 

È proprio sul nudo artistico che si focalizza Erotic Photography il suo ultimo libro che arriva dopo altre cinque pubblicazioni degne di nota Naked Girls, Private Nudes, Model Casting, Women in Film e Nude Book

Erotic Photography è una collezione di scatti tutti rigorosamente in bianco e nero che svelano i corpi delle ragazze protagoniste come se fossero delle sculture in marmo. Il gioco di luci e ombre, che a volte rivela e altre nasconde, sottolinea le linee e le forme delle modelle, unico vero elemento delle fotografie. Niente elementi di disturbo, niente fronzoli, nulla ci distrae dalla bellezza sensuale, pura e intima dei corpi. 

È possibile acquistare Erotic Photography a questo link, se invece siete curiosi di scoprire di più su Leonardo Glauso andate a visitare il suo sito

Erotic Photography, l’ultimo libro di Leonardo Glauso
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“The great empty” visto dal New York Times

“The great empty” visto dal New York Times

Emanuele D'Angelo · 2 mesi fa · Photography

Da Parigi a New York, passando per Monaco, Los Angeles, Hong Kong, Pechino, Milano e Nuova Delhi, il nuovo progetto del New York Times, racconta il lockdown causato dal covid-19 nel progetto “The great empty”.
Sempre più paesi sono costretti ad adottare restrizioni di uscita più o meno severe per combattere la pandemia. Mentre paesi come l’Italia hanno adottato regole di contenimento totale, altre nazioni hanno finora “semplicemente” chiuso alcune aree. Tutto il mondo vive un’atmosfera irreale, i luoghi pubblici vengono abbandonati dalla gente e i supermercati presi d’assalto.

Il New York Times presenta al meglio il suo progetto: “Questo vuoto attuale è una necessità sanitaria. Può far pensare alla distopia, non al progresso. Ma alla fine conferma anche che, ascoltando gli esperti e restando a casa, non abbiamo perso la nostra capacità di unirci per il bene collettivo. Queste immagini ti perseguitano e ti perseguiteranno, sembrano film apocalittici, ma in un certo senso trasmettono anche un messaggio di speranza”.

Il progetto del New York Times contempla il vuoto creato dall’isolamento in luoghi solitamente affollati, caotici, pieni di gente. Un modo per illustrare e ricordare il cambiamento radicale delle nostre abitudini in questi tempi di crisi sanitaria globale. 
Dai luoghi turistici ai piccoli ristoranti tipici, è l’assenza di vita a sconvolgere questi posti comuni, ognuno più suggestivo dell’altro.

Scatti che racontano il silenzio di tante città, con l’auspicio che si possa tornare più in fretta possibile alla vita di tutti i giorni.

“The great empty” visto dal New York Times
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“The great empty” visto dal New York Times
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