Photography La terapia dell’autoscatto di Alexa Sganzerla
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La terapia dell’autoscatto di Alexa Sganzerla

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Giorgia Massari
Alexa Sganzerla | Collater.al

Nell’era dei social, dei selfie e del puro e sfrenato edonismo, in cui ci insegnano che “la prima impressione è tutto” e che “una bella presenza apre ogni porta”, ecco che l’altro lato della medaglia, quello oscuro e interiore, si fa sempre più complicato e preoccupante. La nostra immagine riflessa allo specchio diventa quasi un’ossessione, una ricerca continua verso quella che socialmente è considerata la “perfezione”, che passa inevitabilmente dalle immagini veicolate dai media e dai social. Corpi magri e tonici, pelli liscissime e capelli luminosi vanno di pari passo con i prodotti “di rimozione” dei difetti, che suggeriscono l’eliminazione dei brufoli, dei peli, della cellulite e di quant’altro, comunicando – più o meno indirettamente – che tutto ciò è sbagliato, che è qualcosa da eliminare e di cui vergognarsi.

Alexa Sganzerla | Collater.al
Things we have been taught to be ashamed of

La fotografia – e più in generale l’arte – in questi anni si batte sempre di più contro gli stereotipi di bellezza, contribuendo ad avviare un processo di normalizzazione. La giovane fotografa Alexa Sganzerla (1990, Bologna) è parte di questo movimento che si fa spazio all’interno di una società patriarcale pretenziosa di imporre i canoni di bellezza femminile. Ho passato tutta la mia infanzia, la mia adolescenza, e anche tutt’ora che sono adulta, a essere bombardata di immagini che non mi assomigliano in nessun modo. Come fotografa voglio essere in prima linea nel creare immagini che possano permettere alle persone di sentirsi rappresentate e che possano fare la loro parte nell’avere un giorno una consapevolezza diversa.” ci racconta. 

Alexa Sganzerla | Collater.al

La dismorfobia, un disturbo che riguarda la percezione del proprio corpo che porta a una preoccupazione eccessiva verso un difetto fisico, reale o immaginario, è sempre più diffusa. Alexa stessa ne ha sofferto per anni, trovando la sua cura nella pratica dell’autoscatto, oltre ad un percorso di psicoterapia. L’abbiamo incontrata per conoscere meglio la sua storia e la sua pratica artistica, incentrata sulla restituzione fotografica della verità dei corpi. Ciò che Alexa Sganzerla pratica su di sé, lo applica anche sui suoi soggetti. Come una madrina, prende le persone per mano e le accompagna in un’esperienza fotografica e umana, che non punta a far sì che le persone si accettino necessariamente ma “che siano più clementi nei confronti di quella che è la loro forma naturale e che riconoscano che ogni aspetto del sé merita rispetto, amore e considerazione“. Il suo obiettivo è quello di restituire un’immagine trasparente e senza distorsioni, guardando all’essenza piuttosto che seguire un’estetica socialmente condivisa e accettata.

Alexa Sganzerla | Collater.al

Conosco bene la difficoltà che si prova ad essere dall’altra parte della lente, e l’idea che qualcunə si fidi così tanto di me da permettermi di lavorare su uno degli aspetti più vulnerabili di moltə di noi è qualcosa che mi riempie immensamente il cuore. Vedere poi le reazioni alle foto è davvero incredibile, mi commuovo ogni singola volta nel leggere le parole di stupore nel vedersi bellə per sè stessə, senza aver dovuto cercare di essere qualcuno di diverso.”

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Molti dei progetti di Alexa Sganzerla pongono in primo piano il suo stesso corpo, in un atto di estremo coraggio, che svela senza inganni quei “difetti” che per anni ha tentato di mascherare, di nascondere e di soffocare. “La terapia dell’autoscatto è nata un po’ come una necessità: era tutto chiuso per via del Covid, i contatti e il mio lavoro erano ridotti a zero, ero il soggetto più comodo e disponibile. ci racconta Alexa – “I primissimi scatti sono stati un’esperienza terribile, penso di averli cancellati direttamente dalla macchina fotografica senza nemmeno guardarli al computer, ero atterrita da quanto mi vedessi brutta, la mia dismorfofobia era alle stelle. Passato un po’ di tempo mi sono decisa a riprovare, e l’ho fatto diverse volte, purtroppo sempre con pessimi risultati, ne parlai addirittura in terapia. Il mio corpo stava cambiando ed era come se ne avessi perso completamente il controllo. Un giorno ho deciso di fare una prova e spogliarmi completamente, di tutto, concentrandomi in maniera quasi chirurgica proprio sulle parti che più odiavo.

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L’idea era scattare qualche dettaglio, ma alla fine sono rientrata nell’inquadratura anche io, con ritratti e figure intere. Non sono stata felice del risultato, ma mi sono sentita in qualche modo meno sopraffatta dalla mia immagine. Con il tempo ho capito che forse il problema stava in come mi era stato insegnato a considerare bello il mio corpo, e mi sono sentita privata di qualcosa. Privata della mia libertà di considerarmi meritevole di amore anche quando non fossi truccata, depilata e vestita; privata della mia capacità di valutare cosa sia meglio davvero per me; privata di anni passati a cercare di rendermi accettabile per una società che non mi avrebbe mai accettata in ogni caso e che mi aveva tolto la possibilità di decidere per me stessa dal giorno che sono nata. Come afferma anche Naomi Wolf ne “Il mito della bellezza”, il problema non è mai stato se truccarsi, depilarsi, vestirsi femminile o meno, il problema è la mancanza di scelta, è la consapevolezza che senza quelle pratiche non verrò rispettata all’interno della mia società. E’ stato incredibilmente liberatorio e per me estremamente rivoluzionario imparare a usare il make up, o i vestiti, e tutto ciò che riguardi il mio aspetto come modalità di espressione e non di oppressione. Oggi gli autoritratti sono diventati una pratica più quotidiana, ma non per questo meno interessante: imparo sempre qualcosa di nuovo mentre osservo il mio corpo creare nuovi angoli e nuove forme, lasciando finalmente che il mio sguardo indugi sulla normalità della realtà e accarezzi ogni increspatura senza volerla lisciare.

Alexa Sganzerla | Collater.al

Ciò che è interessante osservare, sono i media che Alexa sceglie di usare per questi autoscatti. Non sempre utilizza la macchina fotografica, ma talvolta le capita di usare anche il cellulare. La spontaneità degli scatti, quando non prevede una premeditazione, la porta a preferire il suo smartphone che, indirettamente, comunica che questa “terapia” può essere praticata da tutti. “La pratica di osservarsi è qualcosa che si può realizzare anche solo con uno specchio, non serve una macchina fotografica. Per me come fotografa è uno strumento come un altro, e nello specifico il telefono è pratico e veloce, considerato “poco professionale” mentre invece io lo trovo incredibilmente versatile.” 

Alexa Sganzerla | Collater.al

La serie “Am I pretty now?è emblematica della sua ricerca. Alexa Sganzerla si concentra sulla questione dei peli e dell’epilazione, un’ossessione al quanto diffusa che in alcuni casi provoca una forte vergogna e genera problemi psicologici e sociali. Attraverso una vera e propria narrazione fotografica, Alexa mostra come ancora oggi il concetto di pelo sia in contrasto con quello di femminilità. Dapprima indossando delle scarpe molto femminili, con i tacchi e i lustrini, abbinate a delle gambe naturali non depilate. In questo modo, la fotografa svela come questa associazione possa provocare un certo fastidio. In un secondo momento, sceglie di depilare una sola gamba. Ponendole a confronto, sottolinea come esse siano la stessa cosa ma come le nostre menti le vedano al quanto diverse. Un “prima” sbagliato e un “dopo” giusto. Infine, depila entrambe le gambe e fotografa le strisce della ceretta post-epilazione. Quest’ultime fanno da sfondo alla scritta “Am I pretty now?”, lasciando la risposta in mano al pubblico.

Alexa Sganzerla | Collater.al

Più recentemente, le mestruazioni diventano oggetto di ricerca di Alexa, per il quale sente la necessità di “contribuire il più possibile alla normalizzazione di qualcosa che è così naturale e presente, qualcosa che non può essere relegato ad uno scaffale del supermercato e al concetto di vergogna su cui abbiamo fondato la nostra società.” Purtroppo, in una società che si considera avanzata e progressista, vige ancora un’omertà insensata sul tema, che porta ad una scarsa conoscenza dell’anatomia del proprio corpo, a ritardi diagnostici e alla radicalizzazione della vergogna a partire dalla giovane età.

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About Menstruation

A mio avviso parlare di mestruazioni è fondamentale per terminare lo stigma sul tema. In questi anni l’ho rappresentato in molti modi, ma la risposta è sempre stata molto forte, e spesso negativa specialmente da parte di uomini. Il lavoro sicuramente più completo, per quanto breve, sono le tre fotografie realizzate per la mostra “seXY period”. In quelle foto ho rappresentato tre aspetti per me molto sottovalutati e considerati come aberrazioni: la presenza delle mestruazioni in persone che non si identificano come donne, la sessualità e l’intimità nei giorni della mestruazione, e in ultimo la rappresentazione del sangue con un colore che sia riconducibile alla realtà. E’ sicuramente un aspetto su cui continuerò a creare materiale a lungo. Mi piace la ciclicità del ciclo mestruale, naturale come lo sono i cicli naturali delle stagioni, delle piante, dell’acqua, dell’ossigeno, e così via.”

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About Menstruation

Il lavoro, ormai terribilmente radicato, che è stato fatto per centinaia di anni sui nostri corpi non se ne andrà via tanto facilmente, ma l’incontro con Alexa Sganzerla ci fa riflettere su quanto siamo meritevoli d’amore a prescindere da quelli che sono i nostri sentimenti rispetto al nostro corpo.
Le fotografie di Alexa, con il loro linguaggio diretto e dalla facile lettura, arrivano dritte al pubblico, sgretolando, pezzo dopo pezzo, ogni forma stereotipata che tenta inesorabile di aggrapparsi al libero pensiero.

Courtesy Alexa Sganzerla 

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Scritto da Giorgia Massari
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