Photography Alfredo Jaar ci mostra l’inferno e il paradiso di oggi
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Alfredo Jaar ci mostra l’inferno e il paradiso di oggi

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Anna Frattini

Non ci sono filtri, concessioni, o estetiche accomodanti in Inferno & Paradiso, un progetto fotografico poi diventato libro che entra in frizione con la realtà, che la sfida e la espone, senza mediazioni. Curato da Alfredo Jaar, Inferno & Paradiso è una ferita aperta, una meditazione collettiva sull’abisso e sulla possibilità, sempre fragile, della luce.

alfredo jaar
©Bülent Kılıç

Presentato a Cortona On The Move e in seguito al Musée de l’Élysée di Losanna, il progetto coinvolge venti fotogiornalisti chiamati a un gesto ben preciso: scegliere due immagini dai propri archivi. Una per raccontare l’inferno — la scena più straziante, quella che li ha perseguitati nei sogni. E una per il paradiso — un momento in cui, nonostante tutto, è trapelata la gioia. I due scatti vengono proiettati in un’installazione immersiva che trasforma lo spazio in un percorso esistenziale, una sorta di Commedia contemporanea in cui la fotografia ci mostra qualcosa di estremamente significativo.

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©Bülent Kılıç

Ma Inferno & Paradiso non nasce da un’idea astratta. Jaar, nel libro, racconta il suo arrivo in Rwanda nel 1994, pochi mesi dopo l’inizio del genocidio. Le immagini di ciò che ha visto — corpi, silenzio, oggetti sparsi tra le ossa — non lo hanno mai lasciato. È da quell’assenza di senso, da quella vergogna di essere umano, che nasce il bisogno di un progetto capace di affrontare il dolore senza spettacolarizzarlo.

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©Hannah Reyes Morales

Inferno & Paradiso è anche una denuncia contro la passività. Jaar non risparmia nessuno: le sue parole sul genocidio in corso a Gaza sono taglienti, una dichiarazione d’accusa contro l’ipocrisia della politica e l’erosione dei diritti umani. Ma non c’è retorica, solo un’urgenza viscerale: non possiamo più permetterci l’indifferenza.

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I venti fotografi coinvolti — tra cui Samar Abu Elouf, Lynsey Addario, Véronique De Viguerie, Donna Ferrato, Pablo Ernesto Piovano, Hannah Reyes Morales — hanno risposto con immagini che portano addosso il peso della testimonianza. Non c’è consolazione, ma nemmeno disperazione assoluta: perché anche nel mezzo dell’inferno, una carezza, uno sguardo, un colore possono rivelare una via d’uscita.

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©Veronique De Viguerie

Il libro, edito da L’Artiere con testi di Jaar e del filosofo Emanuele Coccia, e la mostra, curata da Paolo Woods e dal collettivo Kublaiklan, sono un manifesto per una fotografia che non cerca consenso, ma consapevolezza. Una fotografia che non documenta solo, ma interroga. Perché, come ricorda Jaar citando Gramsci, “vivere significa prendere posizione”. E l’indifferenza non deve mai essere un’opzione.

in cover, ph ©Hannah Reyes Morales

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Scritto da Anna Frattini

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