Se Marc Augé definiva il “non luogo” come uno spazio privo di identità, relazione e storia, pensato unicamente per il transito, il consumo o l’attesa breve, l’architettura e la fotografia visiva contemporanea si trovano oggi a dover rielaborare questo concetto. Non più solo contenitori anonimi o mere quinte autostradali, questi spazi intermedi sono diventati la struttura portante della nostra esperienza urbana. È proprio in questo scarto prospettico che si inserisce la ricerca visiva di Francesco Lupò.


Nato nel 1983 in Sicilia e residente a Lecce, Lupò incarna la figura del fotografo-architetto. La sua formazione accademica lo spinge ad esplorare luoghi spesso dimenticati o marginali, muovendosi indifferentemente e con curiosità metodica tra sistemi digitali e analogici. Sotto l’alias artistico 4trees, la sua fotografia si allontana dalle narrazioni convenzionali della metropoli per esplorare la misura dei luoghi, le loro sospensioni e le loro contraddizioni.
Il suo progetto 24 R U E nasce da uno spostamento prospettico già evidente nel titolo, che gioca in modo speculare con la sigla EUR 42. Ventiquattro immagini compongono così un itinerario notturno che si muove lungo l’asse che dal quartiere dell’Esposizione Universale conduce verso Fiumicino. Un’esplorazione che evita tanto i toni monumentali quanto le semplificazioni sul degrado, concentrandosi su quel sistema discontinuo di svincoli, infrastrutture, parcheggi ed edifici amministrativi che definiscono la periferia occidentale romana.
L’EUR nasce come rappresentazione pura, come dichiarazione monumentale di identità. E qui sta lo scarto che 24 R U E registra: non un non luogo per progetto, ma un luogo che lo diventa a una certa ora, quando il pubblico per cui era stato costruito smette di guardarlo. È un’osservazione che allarga la categoria di Augé invece di applicarla.

Per capire come prenda forma questo racconto visivo e quale idea di città lo guidi, abbiamo rivolto alcune domande a Francesco Lupò.
Ti firmi 4trees: “quattro alberi, una fortezza”. Me lo racconti?
Poco mistero riguardo questo alias, un gioco di parole in inglese tra “four trees” e “fortress”. Mi è sempre piaciuto immaginare che quattro alberi disposti in un certo modo possano sembrare le torri perimetrali di un ipotetico castello. E quel castello difende la mia idea di fotografia.
E qual è esattamente questa tua idea di fotografia?
La mia idea è che la fotografia deve essere, prima di tutto, “riflessiva”, pensata: non mira soltanto a registrare ciò che è davanti all’obiettivo, ma a sostare nelle forme, nelle tracce e nelle relazioni che un luogo o una situazione rendono visibili. Fotografare, per me, significa creare uno spazio di attenzione: un’immagine che non chiuda il senso, ma lo lasci aperto allo sguardo e al tempo di chi la osserva.
Quindi ti soffermi sulle forme invece di inseguire l’istante decisivo. È una presa di posizione contro un’idea di fotografia che è stata dominante per decenni. Cosa si guadagna rinunciando all’istante?
Credo si guadagni in qualità fotografica ma non bisogna prendere questa affermazione come vangelo. Vedo tanta gente che scatta centinaia di foto, a volte anche raffiche, per poi darle in pasto ai social pochi istanti dopo. Ecco, questo per me è il consumismo applicato alla fotografia. Preferisco pensare la fotografia, scattare quando sono soddisfatto del setup. Poi, tornato a casa, metto al sicuro le fotografie e inizio a lavorarci qualche settimana dopo. Per quel che mi riguarda c’è bisogno che le foto maturino e che la mia mente stacchi da quelle che sono le sensazioni che provo durante la sessione fotografica.


Sei architetto di formazione e fotografo da sempre. Guardando le 24 immagini noto che la maggior parte è costruita come un prospetto con facciata frontale, senza scorci, o come un asse prospettico con la fuga centrale. Sono i due modi in cui noi architetti solitamente disegniamo, non quelli in cui si fotografa una città. È una scelta consapevole o viene istintivamente?
Ovviamente è una scelta consapevole. Durante gli studi, e nella professione, ci hanno sempre fatto presentare i progetti nel modo in cui non siamo abituati a guardare: in proiezione ortogonale. E se riflettiamo bene, questo ci fa vedere le cose in maniera fuorviante. Cercare di rappresentare questo in fotografia è impossibile senza manipolare eccessivamente gli scatti ma cerco di avvicinarmi, in certe occasioni, a quella idea.
Nelle immagini dove compare qualcuno, la figura è quasi sempre piccola, in fondo, e dentro la luce. Come decidi se aspettare che una persona entri nell’inquadratura o al contrario che non ci sia nessuno?
Facendo delle prove, attendo che passi qualcuno e studio come la luce colpisce la figura umana. Ci vuole molta pazienza, soprattutto se si scatta da soli. In 24 RUE è capitato di dover tornare il giorno dopo per cercare/creare le condizioni. Scattando in periferia, di notte, non è che ci fosse molta gente.


Il progetto dichiara di allontanarsi dalla retorica monumentale, però nella sequenza compaiono l’obelisco dell’EUR e Porta San Paolo. Che ruolo hanno i monumenti riconoscibili in un lavoro che cerca i margini?
Devo confessare che nello scatto in cui si vede Porta San Paolo è presente un fascio luminoso che illumina una porzione della piramide Cestia. L’idea principale è stata quella di non rendere le emergenze architettoniche il soggetto della fotografia, in questi due casi fungono da contesto e non da protagonisti.
Il quartiere monumentale dell’EUR è visitatissimo, ma tu fotografi quello che gli sta intorno: svincoli, parcheggi, edifici amministrativi. E lo fotografi di notte, quando quella vocazione rappresentativa si spegne. Dopo questo tuo progetto ti sembra un posto in cui si può stare, o solo passare?
Parafrasando il caro Augé non posso fare altro che dire che ci troviamo proprio all’interno della definizione di non luogo. Esattamente l’opposto di un quartiere dormitorio. Alle 20.30 l’EUR si riduce ad una quinta per quella che è un’autostrada urbana, Corso Cristoforo Colombo. Tutti gli edifici diventano dei contenitori vuoti, parzialmente illuminati. Purtroppo, nella città contemporanea esistono numerose aree vissute solo in determinate fasce della giornata.


È proprio in questa sospensione e nella capacità di mostrare cosa resta di un’architettura quando perde la sua funzione diurna che Lupò trasforma il “non luogo” in materia di riflessione visiva.
Le sue fotografie fanno ora parte delle opere protagoniste di “oltre – ESISTENZE AL LIMITE“, il Festival ospitato negli spazi di Palazzo Romano a Gioia del Colle (BA), visitabile fino all’11 ottobre. Una cornice espositiva ideale che indaga i territori di confine, le periferie come luoghi di metamorfosi e le storie estreme che abitano i margini della visibilità.



Articolo di Roberta Ruggieri
