Art Quando Amal Kenawy ricoprì di rosa le rovine di Sharjah
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Quando Amal Kenawy ricoprì di rosa le rovine di Sharjah

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Anna Frattini

Nel 2007, nel pieno della trasformazione urbana di Sharjah, negli Emirati Arabi Uniti, l’artista Amal Kenawy realizza uno di quei lavori che sembrano semplici solo a prima vista, ma che in realtà agiscono come cortocircuiti visivi e politici. Non-Stop Conversation non è solo una performance, ma un gesto radicale di riattivazione: un edificio dimenticato che torna improvvisamente a esistere.

Nel cuore dell’area storica di Sharjah, Kenawy interviene su Bait Al Ansari, una delle abitazioni tradizionali più antiche della zona, trasformando una struttura ormai in rovina, segnata dal tempo e dall’abbandono. La avvolge interamente in un tessuto imbottito rosa, cucito a mano, trasformandola in una presenza quasi irreale, morbida e aliena rispetto al contesto.

Quel gesto, apparentemente estetico, mostra da una parte l’architettura vernacolare, fragile e destinata a scomparire e dall’altra il ritmo incessante della modernizzazione. Durante la performance, infatti, i suoni delle costruzioni si sovrappongono e si intensificano, diventando parte integrante dell’opera.

Il rosa non è casuale. È un colore che addolcisce, quasi infantilizza la rovina, ma allo stesso tempo la rende impossibile da ignorare. L’edificio non è più invisibile: diventa un oggetto emotivo, una presenza che chiede attenzione. In questo senso, Non-Stop Conversation è davvero una conversazione senza fine — tra passato e presente, tra memoria e progresso, tra ciò che viene preservato e ciò che viene cancellato.

Amal Kenawy lavorava spesso su questi cortocircuiti: corpo e spazio, interno ed esterno, memoria e trasformazione. Qui però il corpo scompare, o meglio, si trasferisce nell’architettura stessa. La casa diventa organismo, pelle, superficie sensibile. Un corpo vulnerabile che viene rivestito, protetto, ma anche esposto.

Artista visiva contemporanea egiziana, attiva dalla fine degli anni ’90, Kenawy è stata tra le figure più rilevanti della scena artistica mediorientale, conosciuta per il suo lavoro tra video, performance e pratiche fortemente legate a una prospettiva femminista. La sua ricerca le ha permesso di ottenere un riconoscimento internazionale già nei primi anni della sua carriera.

La sua traiettoria, intensa ma breve, si interrompe nel 2012, quando muore a soli 38 anni dopo una lunga battaglia contro la leucemia. Nonostante la scomparsa prematura, il suo lavoro continua a essere esposto in musei e istituzioni in tutto il mondo, e la sua figura resta un punto di riferimento per molte artiste e pratiche contemporanee nella regione.

Il progetto, realizzato per la Sharjah Biennial 8, le valse il primo premio e rimane uno dei suoi interventi più iconici proprio per questa capacità di attivare lo spazio urbano senza bisogno di monumentalità. Quello che resta, oggi, è l’immagine di una casa fantasma, sospesa tra rovina e rinascita. Un gesto minimo, cucito lentamente, che riesce a trasformare un relitto architettonico in qualcosa di vivo. Non una nostalgia sterile, ma un atto di resistenza poetica contro l’oblio.

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Scritto da Anna Frattini

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