Vasilis Marmatakis non disegna solo locandine per il cinema, ma costruisce veri e propri immaginari paralleli. Da anni accompagna il cinema di Yorgos Lanthimos con un linguaggio visivo che vive di simboli, distorsioni e silenzi grafici, riuscendo ogni volta a catturare il tono di un film senza mai raccontarlo davvero. Con Bugonia, la loro nuova collaborazione, Marmatakis ha spinto ancora più in là questa ricerca, firmando una serie di poster che sono insieme corpo, mito e allucinazione.

Il titolo stesso del film rimanda a un mito greco secondo cui le api nascono dal cadavere di un bue. È un’immagine di rinascita e decomposizione che Marmatakis traduce in segni organici, superfici vischiose, materia viva. Nei poster, il volto di Emma Stone è immerso in una sostanza che scivola tra miele e sangue, un gesto semplice e inquietante che condensa la tensione tra natura e corpo umano, tra purezza e contaminazione. «È come se la natura e l’umanità la stessero attaccando», ha detto il designer a It’s Nice That, e basta questa frase per capire quanto il suo lavoro sia sempre una forma di racconto sensoriale più che illustrativo.


Per arrivare a queste immagini, Marmatakis lavora come un regista parallelo. Legge la sceneggiatura prima ancora che il film sia girato, visita i set, osserva i materiali grezzi. Poi comincia a costruire: scansiona, taglia, sovrappone, stampa, bagna la carta e la riporta in digitale. L’ibridazione tra analogico e digitale è la chiave del suo stile. Anche la tipografia, apparentemente neutra, è frutto di un processo fisico: Marmatakis stampa le lettere, le bagna con acqua, le scansiona di nuovo, ottenendo quell’effetto di smudging che rende il carattere vivo, imperfetto, umano.
Per Bugonia ha scelto un carattere riscoperto nell’archivio del Museum of New Zealand, il Churchward Roundsquare, disegnato dal samoano Joseph Churchward come si legge qui. Un dettaglio che racconta bene la sua ossessione per i codici visivi dimenticati, capaci però di risuonare nel presente.



Ogni poster del film affronta un diverso aspetto dell’universo di Bugonia: l’eco-ansia, l’alienazione, la paranoia americana, l’elemento fantascientifico. Marmatakis non vuole che la locandina riassuma, ma che suggerisca, che prepari lo spettatore a entrare in uno spazio mentale. È lo stesso principio che ha guidato tutti i suoi lavori per Lanthimos — da Dogtooth a The Lobster, da The Favourite a Poor Things — ma qui trova una forma ancora più densa, fisica, quasi tattile.


La forza dei poster di Bugonia sta quindi nel modo in cui fondono mitologia e contemporaneità, nel loro equilibrio tra rigore e caos. Sono immagini che restano sospese tra attrazione e repulsione, tra estetica e disagio, e proprio per questo funzionano: perché, come i film di Lanthimos, non cercano di piacere ma di insinuarsi.
