Photography Gli scatti in bianco e nero di Chiara Borgaro
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Gli scatti in bianco e nero di Chiara Borgaro

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Giulia Guido

Non provate a cercare spiegazioni nascoste, guardando le fotografie di Chiara Borgaro c’è solo una cosa da fare: lasciarsi andare. 

Chiara Borgaro è una fotografa italiana che oggi vive e lavora a Torino. Scorrendo i suoi scatti possiamo notare due elementi ricorrenti, su cui si basa la sua ricerca artistica: l’utilizzo del bianco e nero e il legame tra uomo e natura. Ci troviamo davanti a fotografie in cui le silhouette di giovani donne si fondono con le rocce, gli alberi, la terra, il cielo e con la nostra immaginazione. 

Alcuni scatti di Chiara Borgaro saranno esposti per Ph.ocus – About Photography nella sezione “Please, Take Care” e per l’occasione non ci siamo fatti raccontare qualcosa in più sul suo lavoro e il suo stile. Non perderti la nostra intervista qui sotto! 

Qual è il primo ricordo che hai legato alla fotografia? 

Forse l’immagine di mia nonna che di tanto in tanto mi chiedeva di seguirla nella tavernetta di casa, dove in un cassetto tiene ancora oggi una grande quantità di vecchie fotografie. Mi diceva sempre che la fotografia non la interessava per niente, ma quando si ritrovava a scorrere tutti quei ricordi tra le dita era come se si dimenticasse di quanto poco le importava. Cercava di ricordarsi chi fosse ritratto in quelle immagini, non sempre era facile individuarlo. Alcuni erano componenti della famiglia emigrati in Argentina, altri vecchi compagni di scuola, poi c’erano le foto di famiglia, di quando lei e il nonno erano giovani. Per ognuna cominciava il racconto di una storia e quello sapevo essere un momento solo nostro. 

Spesso i tuoi scatti sono in bianco e nero. Cosa ti porta a scegliere questa tecnica e quali aspetti di essa apprezzi maggiormente? 

Un giorno è nata per gioco una canzone che un mio amico ha scritto sulla mia persona e in un verso cita un mondo in bianco e nero, definendolo un po’ nostalgico. Ecco, la scelta forse si lega bene a questo sentimento che mi caratterizza e mi tiene sempre legata in modo piuttosto romantico al passato.

Fotografare in bianco e nero mi consente di dare alla realtà un’altra dimensione, di lasciare spazio all’immaginazione e sono proprio le immagini che si generano nella mia mente, spesso surreali, che mi interessa riprodurre. Non voglio ricreare il reale, per questo i colori non mi servono. Chi guarda può sicuramente intuirli e non è detto che corrispondano a quelli reali, per questo è un esercizio di immaginazione anche per l’osservatore. 

Molte volte le tue fotografie si sviluppano attorno a una figura umana. Cosa vuoi trasmettere e raccontare attraverso i corpi che fotografi? 

Esatto, sono corpi che entrano a far parte del paesaggio, del contesto da cui sono circondati. Spesso è come se fossero in qualche modo privati della loro dimensione propriamente umana. Divengono al pari di un albero, un sasso o un qualsiasi altro elemento naturale.

La mia fotografia non ha il proposito di trasmettere messaggi, ma cerca piuttosto di estendere a chi guarda la possibilità di trovare un senso. Molte volte sono immagini intime, che generano da una necessità personale, (forse egoistica?), di espressione e nemmeno io sono in grado fino in fondo di attribuirne il significato. 

Forse è proprio così che si lascia spazio all’immaginazione, allargando, anziché restringere, le possibilità di interpretazione.

Parte del tuo progetto realizzato su Porta Palazzo sarà esposto a Paratissima. Raccontaci e dicci come è nato. 

Dopo aver trascorso dei mesi nelle campagne dell’Irpinia a cui devo molto, mi sono spostata a vivere in città, a Torino. Ho trovato un appartamento che sin da subito mi ha dato la sensazione di trovarmi come su di un confine. Da un lato, la vita ordinata e sistemata secondo certi canoni del centro della città, dall’altro, alle spalle del palazzo, la vita caotica e caratteristica dei quartieri che si aprono oltre Porta Palazzo. Al mercato persone che conducono vite molto diverse tra loro si incontrano e condividono uno stesso spazio. È un punto di osservazione privilegiato sull’umanità, ma bisogna entrarci dentro per raccontarlo, per questo l’intero progetto si intitola “La vie ici”. È la vita qui, mia e di chi condivide una realtà che sorge e tramonta ogni giorno con il mercato. Nello specifico le fotografie esposte a Paratissima ritraggono momenti in cui nulla fa più rumore e il silenzio domina sulla piazza, ma le immagini non posso spiegarle. 

C’è uno scatto al quale sei particolarmente legata? Raccontacelo. 

Ci sono più scatti a cui sono molto affezionata. Non è semplice scegliere. Sicuramente ho un legame significativo con una fotografia in bianco e nero di un albero, posizionato sul lato destro dell’immagine, il cui tronco piega verso il lato opposto dello scatto. È lasciato poco spazio alla terra in cui affonda le radici, mentre ampio spazio è lasciato a un cielo di nubi dense che creano con il loro candore un forte contrasto con gli altri elementi. Per i più attenti si intravede un filo di stelle che scende dalla chioma verso il suolo. A distanza di due anni da quello scatto ne è seguito un altro, il soggetto era lo stesso, ma accanto all’albero questa volta c’erano due corpi, spogli, nell’atto di un abbraccio. È divenuto per me simbolo di una fase della mia vita, che come un cerchio si è chiusa nel punto stesso in cui aveva avuto inizio. 

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Scritto da Giulia Guido
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