Photography Come David Burnett vinse il premio più ambito del fotogiornalismo americano con una Holga di plastica
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Come David Burnett vinse il premio più ambito del fotogiornalismo americano con una Holga di plastica

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Al Gore: 2000 campaign | cover Collater.al

Una foto in bianco e nero, granulosa e morbida, scattata durante una campagna presidenziale americana. L’ha fatta uno dei fotoreporter più importanti del mondo, con una macchinetta di plastica comprata per pochi dollari. E gli è valsa il primo premio degli Eyes of History, il riconoscimento più prestigioso della White House News Photographers Association. Questa è la storia di David Burnett e della sua Holga.

Chi è David Burnett

Burnett nasce nel 1946 a Holladay, Utah. Dopo la laurea al Colorado College nel 1968 inizia come intern a Time, poi parte per il Vietnam come freelance. Nel 1976 co-fonda Contact Press Images a New York, una delle agenzie fotografiche indipendenti più influenti al mondo. American Photo lo inserisce tra le 100 persone più importanti nella storia della fotografia.

I suoi premi principali: il Robert Capa Gold Medal dell’ Overseas Press Club per la copertura del golpe cileno del 1973, il World Press Photo of the Year 1980 per la documentazione dei rifugiati cambogiani, e la celebre foto di Mary Decker alle Olimpiadi di Los Angeles del 1984, diventata una delle immagini sportive più iconiche del Novecento. Ha fotografato ogni Olimpiade estiva dal 1984 e ogni presidente americano da John F. Kennedy in poi.

L’immagine delle Olimpiadi di Los Angeles del 1984: Mary Decker cade durante la finale dei 3.000 metri. © David Burnett

La Holga: plastica, imperfezione, culto

La Holga nasce a Hong Kong nel 1982 per mano di Lee Ting-mo, ex dipendente della fabbrica locale di Yashica, poi fondatore di una propria azienda specializzata in flash fotografici. Quando il mercato dei flash collassa — con l’arrivo delle prime compatte con flash integrato — Lee progetta una fotocamera economica per le masse cinesi. Il risultato è un oggetto in plastica con obiettivo in plastica, un unico diaframma, vignettature casuali e light leak imprevedibili. Difetti costruttivi che col tempo diventano la sua firma stilistica. Il mercato cinese la rifiuta quasi subito. In Occidente, invece, la Holga diventa lentamente un oggetto di culto tra i fotografi sperimentali: amata non per quello che fa bene, ma per quello che fa male.

Burnett, Al Gore e il premio

Durante la campagna presidenziale di Al Gore del 2000, Burnett porta al collo i suoi Canon professionali, ma aggiunge una Holga — quella che lui chiama «il quinto cinghiale intorno al collo». La serie realizzata sulla campagna di Gore gli vale il primo premio agli Eyes of History 2001 della White House News Photographers Association. Lee Ting-mo ricorda: «Dopo quello, la gente disse: questa macchina è molto speciale.» Le vendite esplodono in tutto il mondo. I filtri di Instagram — vignettature, grana, colori sbiaditi — sono di fatto una simulazione digitale degli errori di quella macchinetta.

Nel novembre 2015 la fabbrica che produce le Holga cessa le operazioni. Gli stampi vengono distrutti. Il distributore americano Freestyle Photographic la definisce «un’altra vittima dell’era digitale». Il culto sopravvive: nel 2016 l’azienda Sunrise riprende la produzione della Holga 120N usando gli stampi originali conservati da Lee Ting-mo.

Avere una macchina fotografica non ti rende fotografo

Oggi chiunque ha in tasca uno smartphone tecnicamente superiore a qualsiasi reflex professionale degli anni Novanta. Eppure lo strumento non ha mai significato saper guardare. Burnett lo ha dimostrato al contrario: ha preso la macchina peggiore possibile e ha fatto la foto che gli è valsa il premio più ambito dei suoi anni. La fotografia non è mai stata nel mezzo, è sempre stata nell’occhio di chi guarda.

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