Art Eleanor Ekserdjian dipinge immagini che sembrano fotogrammi da un treno in corsa
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Eleanor Ekserdjian dipinge immagini che sembrano fotogrammi da un treno in corsa

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Anna Frattini

Guardare i dipinti di Eleanor Ekserdjian è come guardare fuori dal finestrino di un treno in corsa: due paesaggi che scorrono insieme, sovrapposti, senza che l’uno cancelli l’altro. L’artista britannica di origini armene chiama questa sensazione simultaneità. Due luoghi che esistono nello stesso momento, nello stesso spazio mentale. Simultanea, la sua prima mostra personale in Italia, sarà aperta fino al 10 luglio negli spazi di Artopia a Milano, dove convive con How to Hold An Ocean with Four Hands del duo francese Danish & Maitre: due mostre autonome che lo spazio mette in dialogo, lasciando che si parlino senza spiegarsi.

ph. Michela Pedranti

Il processo da cui nascono le opere è preciso. Ekserdjian gira film tra Armenia e Regno Unito, poi torna nel suo studio nel Sussex e ricomincia, traducendo il materiale filmico in pittura sovrapponendo il disegno direttamente alla proiezione. Il gesto registra le oscillazioni emotive generate dall’immagine; il segno diventa traccia di un movimento già avvenuto. Il cinema silenzioso è uno dei suoi riferimenti, soprattutto nella sua attenzione al ritmo e alla luce: «pittura con la luce», la chiama lei. «I miei dipinti esplorano le mie risposte emotive al film, creando un dialogo visivo tra immobilità e movimento».

Eleanor Ekserdjian

Il paesaggio che emerge non è mai documentazione geografica. Ekserdjian cita Arshile Gorky come riferimento, per la sua capacità di rispondere a un paesaggio nel momento presente portando con sé i ricordi dell’Armenia dell’infanzia. Una posizione che riconosce come propria: «Sono britannica e armena, quindi combinare questi paesaggi mi sembra del tutto naturale. Entrambi esistono nella mia mente e nella mia immaginazione, e trovano risonanze l’uno nell’altro». Al piano superiore, Danish & Maitre seguono un movimento opposto: non cercano di fermare il tempo, ma di riattivarlo, ricostruendo filologicamente il blu egizio, pigmento antico quasi scomparso dalla storia. Se Ekserdjian insegue il tempo cercando di trattenerlo nella pittura, il duo francese lo dissotterra con l’attitudine di due archeologi. Eppure entrambe le ricerche ruotano attorno alla stessa domanda: cosa rimane di un luogo, di una materia, di una memoria.

Eleanor Ekserdjian
ph. Michela Pedranti

Tra le opere in mostra, è Aparan I quella che l’artista indica come la più vicina al concetto di simultaneità. Realizzato al rientro dall’ultimo viaggio in Armenia nel 2025, il dipinto parte dalla chiarezza del paesaggio sulla strada da Yerevan a Lori, olio e matita per catturare la luce, il girato, il canto degli uccelli registrato sul posto, e insieme il Sussex che la circondava mentre dipingeva. Come guardare fuori dal finestrino e vedere, sovrapposti, due tratti di binario distanti migliaia di chilometri. «Ci sono riflessi di ciascun paesaggio, diverse qualità di luce, una delicata relazione quasi complementare tra i paesaggi armeno e britannico».

Eleanor Ekserdjian
Aparan I

Diversa è la funzione che Ekserdjian attribuisce alle opere in bianco e nero, come We Are Our Mountains, grande lavoro a inchiostro su tela che condensa la tensione tra fissità e transitorietà. Se i dipinti a colori evocano immediatamente memorie e sensazioni di luogo, i pezzi in bianco e nero operano altrimenti: «creano meno un’evocazione del luogo, piuttosto più l’esperienza di stare dentro un ambiente». Il colore chiama il ricordo; il bianco e nero chiama la presenza.

We are our Mountains

in cover: They Will Not Take My Island | Courtesy the artist

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Scritto da Anna Frattini

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