«Ogni artista iraniano, in un modo o nell’altro, è politico»
Lo sa bene la fotografa Shirin Neshat, che esordisce così nel raccontare la sua storia durante la conferenza Art in exile nel 2010, organizzata da TED conference. Shirin è una ragazza quando si trasferisce dall’Iran negli Stati Uniti, per frequentare l’università. Farà ritorno a casa solo nel 1990, dopo la Rivoluzione islamica, trovandosi davanti a una realtà ben diversa da quella che aveva lasciato anni prima.

È proprio per affrontare lo shock di questi cambiamenti che l’artista ricorre all’arte, unico mezzo di
espressione e denuncia in grado di raccontare la trasformazione radicale e preoccupante che la società iraniana – e in particolar modo le donne iraniane – stava affrontando. Questo è, inoltre, l’unico modo che conosce per rifuggire dal sentimento di allontanamento e per sopperire alla mancanza di casa, per rimanere connessa col suo Paese.

Il punto di partenza della sua produzione artistica è la fotografia. Una delle sue serie più famose e
significative è Women of Allah (1997), immagini provocatorie costituite da ritratti femminili in bianco e nero, con una particolarità che cattura subito lo sguardo dell’osservatore: il loro volto, le mani e i piedi sono ricoperti di scritte in persiano, dipinte manualmente dall’artista. Non sono parole di testi religiosi, ma versi poetici scritti da autrici iraniane.


È in questo modo che Shirin Neshat vuole rivendicare il diritto di parola di queste donne costrette al silenzio, relegate e nascoste dietro un velo diventato, nella società iraniana postrivoluzionaria, sinonimo di prigionia e annullamento. Così la fotografa vuole dare voce a chi non ce l’ha ma che, in realtà, ha molto da dire e raccontare: attraverso la calligrafia poetica, le donne della serie possono farlo.

La questione femminile verrà ripresa anche nel film che nel 2009, a Venezia, le varrà il riconoscimento del Leone d’Argento per la migliore regia: Donne senza uomini. Ciò che segna particolarmente la vita di Shirin e, di conseguenza, la sua opera non è solo la questione femminile e politica del suo Paese d’origine. Insieme a questo, l’artista deve fare i conti con un altro tema ricorrente nella vita di coloro che si trovano a dover lasciare la propria casa, per trasferirsi in un posto sconosciuto: l’esilio e la sensazione di non appartenere realmente a nessun posto.
Outsider in America perché troppo iraniana, straniera nella nuova realtà iraniana perché troppo occidentalizzata. E, così, l’artista fatica a sentirsi a casa in entrambi i luoghi della sua esistenza. Questo tema ricorre nel lungometraggio da lei diretto Land of dreams (2021), un film distopico e satirico che indaga il tema del sogno e dell’appartenenza, sullo sfondo di un’America futura sempre più discutibile. La protagonista – alter ego dell’artista – viaggia sulla sua macchina per gli States con un sottofondo musicale persiano, simbolo delle due metà di Shirin: l’anima iraniana e quella americana. Un elogio al Paese che l’ha accettata ed è stata per lei un rifugio e, insieme, la critica e preoccupazione per un governo che cerca sempre più di chiudersi in sé stesso e di allontanare lo straniero.
«Living in one land, dreaming in another» – la sua confessione.
Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga e Gaia Forlin aka @super8otto.