Brooklyn si è riempita di casette per gli uccelli di design 

Brooklyn si è riempita di casette per gli uccelli di design 

Giulia Guido · 2 settimane fa · Design

A inizio mese, grazie alla Milano Design Week, abbiamo potuto scoprire le novità nell’ambito del design e abbiamo visto come le nuove esigenze legate sia a un modo diverso di intendere lo spazio abitativo sia a necessità energetiche e di risparmio siano diventate le fondamenta di molti progetti. Ma mentre da questa parte del mondo cerchiamo ancora di recuperare ciò che non siamo riusciti a vedere durante i giorni del Salone del Mobile, a chilometri di distanza da qui un progetto che può sembrare all’apparenza buffo ci fa capire quanto il design sia di vitale importanza non solo per l’uomo.
La scorsa settimana, all’interno del Brooklyn Botanic Garden sono state presentate ben 33 nuove casette per gli uccelli, ciascuna progettata e costruita da un designer o studio differente. 

For the Birds Brooklyn
Batloft, Joey’s Coop, Babylon Coop & Niknak’s City Cart, Pat McCarthy

Il progetto dal nome “For the Birds” è nato per sensibilizzare la popolazione su una problematica che sta colpendo il Nord America come tante altre parti del mondo. Negli ultimi anni, infatti, gli studiosi hanno registrato un calo del 30% della presenza degli uccelli. Le cause di questo spopolamento sono da ricondurre al cambiamento climatico e ambientale che rende a molte specie la vita impossibile. 

Gli studi e i designer coinvolti per “For the Birds” non hanno, quindi, solo progettato delle casette per gli uccelli esteticamente appaganti, ma hanno studiato delle strutture che venissero incontro alle specifiche e alle esigenze degli uccelli. 

For the Birds Brooklyn
A Home for Flickers, Jessica Maffia

Così, fino al 23 ottobre, all’interno del Brooklyn Botanic Garden sarà possibile vedere una varietà di combinazioni differenti di piccole casette, dalle più piccole alle più colorate, da quelle che si nascondono tra la natura a quelle che spiccano per materiali e colori. 

For the Birds Brooklyn
woven, Sourabh Gupta
For the Birds Brooklyn
Pal’ campo, Kevin Quiles Bonilla
For the Birds Brooklyn
Forest of Spaces, Tatiana Bilbao ESTUDIO by Helene Schauer
Fly South, Studio Barnes
Blue Heron Triangle, Chen Chen & Kai Williams
Birdhouse, Shun Kinoshita + Charlap Hyman & Herrero
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Kaisar Ahamed  e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più

Tommaso Berra · 3 giorni fa · Photography

Il quartiere di Hazaribagh, nella città di Daka (Bangladesh), in lingua farsi significa “la città dei mille giardini”, e il nome rende l’idea di ciò che era il paesaggio, prima che le fabbriche di pellami inquinassero tutto.
Il fotografo Kaisar Ahamed ha raccontato nel suo ultimo progetto il paesaggio intorno al fiume Buriganga, reso biologicamente morto dai veleni riversati nelle acque dalle concerie. Il corso del fiume ora appare come un paesaggio irreale, scenografia di un film apocalittico in cui l’acqua sporca diventa un elemento di terrore più che di vita.
Kaisar Ahamed è un chimico, ma ha scelto di condurre le sue analisi sull’acqua di Hazaribagh attraverso la fotografia. Ha scattato campioni di acqua prelevati dal fiume Buriganga in diverse località, costruendo una sorta di laboratorio in cui la fotografia aiuta a raccontare un disastro ambientale.
Il titolo “A Thousand of Gardens” suona così un po’ ironico, una beffa al quale l’osservatore è messo subito al corrente.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro del fotografo Kaisar Ahamed attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed | Collater.al
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
Photography
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
Kaisar Ahamed e “la città dei mille giardini” che non esiste più
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All for the Gram – Soviet Innerness

All for the Gram – Soviet Innerness

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

Ospite questa settimana di All for the Gram non è solamente un profilo seriale ma un vero e proprio archivio che raccoglie dettagli di un’estetica che per quanto decaduta, suscita ancora un grande fascino. Soviet Innerness è un viaggio nel design sovietico attraverso gli interni di case abbandonate, tra carte da parati strappate e piastrelle fredde e sbeccate.

La carta da parati è stata sostituita in alcuni casi da pagine di giornale che riportano notizie e foto dagli anni ’80, i muri scrostati si presentano come una stratificazione di colori ormai sbiaditi, così come i disegni di fiori che un tempo probabilmente apparivano più colorati.
Le pareti di Soviet Innerness sono piene di geometrie stanche, blocchi di colore e moduli che danno sempre l’idea di non finito, o di qualcosa che è finito troppo in fretta, lasciando il tempo alle crepe di rendere tutto così bello e decadente.

Il progetto curato da Elena Amabili e Alessandro Calvaresi descrive l’estetica del blocco orientale e i temi che erano presenti in tutte le case. Ci sono illustrazioni sulle pareti delle campagne nello spazio dell’URSS, ma anche la grande industrializzazione delle città comuniste e il ricordo di Misha, la popolare mascotte delle Olimpiadi di Mosca del 1980.

All for the Gram – Soviet Innerness
Photography
All for the Gram – Soviet Innerness
All for the Gram – Soviet Innerness
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Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi

Tommaso Berra · 4 giorni fa · Photography

D’estate mandrie intere di bestiame si spostano dalle valli fino ai prati di montagna, a migliaia di metri di altezza, dove l’aria è più rarefatta e i ritmi sono dettati solo dai bisogni della natura. Insieme agli animali viaggiano pastori, che in alpeggio diventano parte di un unico ciclo della vita, che non subisce pause ma scorre lento e costante.
Giulia Degasperi ha rappresentato questa pratica millenaria delle montagne del Trentino, senza mostrare direttamente la bellezza dei paesaggi ma quella del lavoro, dello sforzo e della tradizione. La serie “These Dark Mountains” è uno studio antropologico che descrive l’abbandono dei piccoli centri di montagna e la difficoltà di conservare abitudini che legano da sempre uomo e natura.
La scelta di scattare in bianco e nero rende le fotografie quasi senza tempo. Non si riesce ad inquadrare un periodo storico perché tutto è rimasto uguale, dai luoghi fino ai vestiti dei pastori.

È possibile sostenere la pubblicazione di un volume dedicato al lavoro della fotografa Giulia Degasperi attraverso la raccolta fondi lanciata da SelfSelf, clicca qui per scoprire come aiutare a realizzare questo progetto fotografico.

Giulia Degasperi | Collater.al
Giulia Degasperi | Collater.al
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Il racconto della pastorizia in Trentino di Giulia Degasperi
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Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon

Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon

Tommaso Berra · 1 settimana fa · Photography

Un mondo senza “quando avevo la tua età era diverso”, senza “i giovani d’oggi non valgono nulla”, un mondo i cui quindi non esiste “adultsplanning” e i bambini sembrano poter fare tutto in totale autonomia.
Questo è il paesaggio rappresentato in fotografia da Julie Blackmon, artista americana legata ai temi della famiglia e alla vita nei piccoli centri abitati.
Gli scatti sono una satira sociale, mascherata all’interno di scene quotidiane in cui i bambini sono i veri protagonisti, per non dire gli unici. Tutti i dettagli rappresentati sono simbolici, così come la disposizione dei soggetti, ispirata alle scene dipinte dai pittori fiamminghi del XVII secolo.
L’obiettivo di Julie Blackmon è quello di rappresentare il contesto delle piccole comunità americane, tracciando i sogni promossi dal modello americano.

Una caratteristica dei bambini di Julie Blackmon è il loro totale distacco da qualunque elemento legato alla tecnologia contemporanea. Si trovano così a giocare “come ai vecchi tempi”, pitturando con i gessetti il vialetto di casa, o nella piscina costruita artigianalmente nel proprio cortile.
Di ispirazione per la visione della fotografa c’è il contesto delle famiglie numerose, essendo lei stessa la maggiore di nove fratelli. Così facendo ripercorre i ricordi e ciò che più in generale influenza l’infanzia, fatta di paesaggi e elementi che modellano il nostro modo di pensare anche da adulti, quelli che Julie non vuole rappresentare, lasciando volutamente la sensazione di un mondo in cui tutto è sconnesso.

Un mondo senza adulti nelle foto di Julie Blackmon
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