Di recente abbiamo parlato del ritorno dei Gorillaz con il cortometraggio The Mountain, The Moon Cave and The Sad God, che anticipava il nuovo album The Mountain. In questo senso, il passo più naturale ci è sembrato quello di parlarne come style icon, allargando però il concetto stesso di icona di stile verso qualcosa di più pervasivo e stratificato. Più che influenzare la moda in senso tradizionale, il progetto costruito a partire da Jamie Hewlett ha ridefinito il modo in cui lo stile si manifesta: non solo abiti, ma identità visiva, narrazione e immaginario. Anche le collaborazioni, come quella con Converse, diventano così estensioni di un universo coerente, anticipando una moda sempre più legata al world-building e alla contaminazione tra reale e digitale.

Creati dal fumettista Damon Albarn e da Jamie Hewlett, i Gorillaz nascono come band virtuale, ma è proprio questa natura ibrida a renderli pionieri di una nuova estetica. 2D, Murdoc, Noodle e Russel non sono semplici personaggi: sono archetipi contemporanei, costruiti attraverso riferimenti che mescolano street culture, fumetto, punk, hip-hop e animazione giapponese. Il loro “guardaroba” è solo una delle tante superfici attraverso cui lo stile prende forma.
L’impatto dei Gorillaz nel mondo della moda è stato tanto sottile quanto radicale, perché non si è mai tradotto in una semplice presenza sulle passerelle, ma in un cambio di paradigma. Già nei primi anni 2000, con il progetto G Foot — una linea che mescolava grafica e streetwear — la band anticipava quella fusione tra musica e abbigliamento che oggi è diventata prassi.
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Ma è soprattutto attraverso l’estetica costruita da Jamie Hewlett che i Gorillaz hanno influenzato la moda: un immaginario visivo che ha contribuito a ridefinire il linguaggio dello streetwear, rendendo centrali elementi come il character design, la narrazione e l’identità digitale. Le collaborazioni, come quella con Converse, non sono state semplici operazioni commerciali, ma estensioni coerenti del loro universo, dimostrando come un progetto musicale potesse diventare un brand culturale a tutti gli effetti. Come nel caso della partnership con G-Shock o con Fred Perry nel 2021.
In questo senso, i Gorillaz hanno aperto la strada a una moda sempre più ibrida, dove il confine tra artista, avatar e marchio si dissolve, anticipando dinamiche che oggi vediamo amplificate tra capsule collection, virtual fashion e identità fluide.



L’abbigliamento dei Gorillaz è sempre stato un punto d’accesso immediato: le t-shirt grafiche di 2D, l’estetica punk decadente di Murdoc, l’evoluzione di Noodle da child prodigy a icona cyber-femminile, Russel come incarnazione della cultura hip-hop anni ’90. Ma ridurli a questo sarebbe limitante. Il loro vero impatto sta nella capacità di trasformare ogni elemento visivo in estetica: videoclip, copertine, siti web, interviste finzionali, persino la loro “biografia”.

Con album come Demon Days o Plastic Beach, i Gorillaz costruiscono mondi. Non si tratta solo di musica, ma di ecosistemi narrativi dove il design visivo diventa parte integrante dell’esperienza. In un’epoca in cui il concetto di world-building era ancora lontano dalla saturazione attuale, loro ne facevano già un uso sistematico, anticipando logiche oggi centrali nella cultura digitale.

È qui che il concetto di style icon si espande: non più individuo da imitare, ma universo da abitare. I Gorillaz non dettano trend nel senso tradizionale, ma influenzano il modo in cui i trend vengono costruiti. La loro estetica ha contribuito a normalizzare l’ibridazione tra reale e digitale, tra umano e avatar, molto prima che piattaforme social e metaversi rendessero questa dinamica mainstream.

In questo senso, essere style icon oggi significa anche questo: non possedere uno stile, ma essere un dispositivo che genera stile. I Gorillaz non sono mai stati solo una band o un progetto visivo, ma un sistema che ha ridefinito il modo in cui percepiamo identità, estetica e narrazione nella cultura pop.
