C’è un fiume, nel nord-ovest della Cornovaglia, che scorre lento e torbido come una ferita mai del tutto rimarginata. Si chiama Red River, e deve il suo colore alle tracce di stagno che per secoli hanno attraversato la valle, lasciando segni di un’industria ormai scomparsa. È qui che il fotografo britannico Jem Southam costruisce uno dei lavori più interessanti e complessi della fotografia inglese contemporanea: The Red River, in mostra da Huxley-Parlour a Londra fino al 22 novembre 2025.

Realizzato tra gli anni Ottanta e Novanta, il progetto segue il corso del fiume dalla sorgente fino al mare, raccontando la metamorfosi di un paesaggio che oscilla tra rovina e rinascita. Southam osserva i resti industriali che si sgretolano sotto la vegetazione, le tracce di un passato che lentamente si confonde con la natura, in un equilibrio fragile e malinconico. È un paesaggio costruito e poi abbandonato, dove la storia dell’uomo e quella della terra si intrecciano fino a diventare indistinguibili.


Con The Red River, Southam introduce anche un nuovo modo di vedere il paesaggio: per la prima volta lavora a colori, in un momento in cui la fotografia britannica era ancora legata al bianco e nero. I suoi scatti alternano prospettive insolite e tagli radicali a vedute più tradizionali, evocando la pittura romantica inglese e le sue tensioni tra natura e spirito. La sua è una visione che si muove tra la documentazione e la mitologia, tra la geologia e la letteratura. Le fotografie sembrano contenere in sé secoli di storie: dal granito carbonifero alle leggende medievali, dai resti minerari ai racconti biblici che ispirano la serie.


Non è un caso che Southam abbia guardato alla Genesi e ai versi di Milton e Bunyan per costruire la narrazione visiva del fiume. In quelle acque rosse, nelle chiome verdi e nelle rovine di pietra, il fotografo ritrova la stessa tensione tra caduta e redenzione, tra la distruzione della Terra e la possibilità di una rinascita. Ogni immagine diventa un frammento di un racconto universale, un viaggio attraverso il tempo e la materia.


The Red River rimane così un atto di ascolto, una meditazione sull’idea stessa di storia e sulla sua stratificazione nella natura. Southam, che nel corso della sua carriera ha esposto al Victoria & Albert Museum, alla Tate St Ives e al Photographers’ Gallery, con questa mostra continua a ricordarci che ogni paesaggio è un archivio vivente, fatto di memorie, trasformazioni e presenze invisibili.
