Kublaiklan è un collettivo curatoriale che esplora modalità diffuse di interazione con la fotografia realizzando progetti espositivi, editoriali ed educativi. Un progetto che porta la fotografia in luoghi non convenzionali, intendendola prima di tutto come dispositivo di relazione con l’altro e con sé stessi, uno strumento con cui indagare il mondo e assumere consapevolezza circa il proprio ruolo nella collettività. Parallelamente sviluppa una riflessione sull’immagine attraverso progetti di ricerca che mirano a rendere la fotografia un linguaggio accessibile e consapevole.
A partire da marzo, gestiranno K!, uno spazio dedicato alla fotografia collaborativa a Torino inaugurando questa nuova fase con La Cornuda de Tlacotalpan di Emilio Nasser, in mostra dal 27 marzo all’8 maggio. E noi abbiamo intervistato i membri di Kublaiklan per capire in che modo questo luogo cambierà la vita del collettivo e della città.
I processi di attivazione comunitaria e l’arte partecipativa sono argomenti di discussione molto attuali e particolarmente sentiti nel mondo dell’arte e della fotografia in particolare. Parole come queste però spesso rischiano di ridursi a semplici pose curatoriali. Avendo già all’attivo numerosi progetti di “fotografia collaborativa”, potreste spiegare cosa contempla esattamente questo approccio e quali vantaggi comporta per gli attori coinvolti? Cosa auspicate con il “superamento dell’autore solitario”?
Rica: Con il termine “fotografia collaborativa” ci riferiamo a pratiche fotografiche sviluppate in collaborazione con comunità, gruppi di persone o singoli individui, in cui il risultato finale è il prodotto di un rapporto, di un dialogo o di un gesto creativo condiviso. Sebbene la “svolta collaborativa” in ambito artistico sia un fenomeno storico e istituzionalizzato, poco è stato scritto, studiato e dibattuto sugli approcci collaborativi legati al medium fotografico. La fotografia, infatti, tradizionalmente associata da un lato allo storytelling documentario e dall’altro al desiderio di affermarsi come disciplina artistica tout court, ha promosso nel tempo l’immagine del fotografo solitario come genio individuale, capace di restituire un ritratto del mondo attraverso la propria sensibilità unica. In realtà, la pratica fotografica è intrinsecamente dialogica. Si sviluppa sempre a partire dalla relazione con gli altri.
Francesco: La creazione di progetti collaborativi permette la costruzione di narrazioni stratificate e complesse, capaci di abbracciare punti di vista diversi, spesso lontani dal vissuto e dall’identità del fotografo. Per questi motivi abbiamo deciso di dedicare a questo tipo di fotografia il nostro nuovo spazio e i progetti che verranno realizzati sul territorio.
Che si tratti di un museo, una fondazione o uno spazio indipendente, qualsiasi luogo espositivo (e non solo) compie sempre un atto di selezione, decide, silenzia e/o attiva narrazioni. Come impedirete che K! diventi un semplice spazio curatoriale tradizionale che utilizza il lessico della collaborazione e della partecipazione senza in realtà rielaborare le dinamiche di potere tra curatore, artista e comunità? Quali sono le condizioni imprescindibili affinché questo tipo di pratiche vengano facilitate?
Aleksander: Nasciamo come collettivo e, proprio per questo, conosciamo bene le dinamiche che rendono possibile una collaborazione: il confronto, la capacità di mediazione e, soprattutto, l’ascolto. Nei prossimi mesi Kublaiklan si metterà in ascolto del quartiere in cui si trova, San Salvario, un’area storica di Torino che negli ultimi vent’anni ha attraversato diverse ondate di riqualificazione e trasformazione identitaria. K! non ha ancora una pianificazione dettagliata intenzionalmente: prima di tutto vogliamo aprirci alla comunità, incontrare le persone e capire quali sono le necessità reali. Per questo stiamo iniziando a entrare in contatto con le associazioni attive sul territorio. Questo è il primo passo di un percorso che poi si estenderà necessariamente a un lavoro più ampio sulla città di Torino.
Elsa: Dal punto di vista curatoriale, quindi nel rapporto con gli artisti, il nostro ruolo sarà quello di accompagnarli nello sviluppo di progetti che prevedano un coinvolgimento attivo di gruppi sociali, sia nel processo sia nell’output finale. Collaboreremo con artisti che adottano già pratiche collaborative, altri invece saranno invitati a sperimentare questo tipo di approccio per la prima volta. Cercheremo di coinvolgere gli artisti con cui lavoriamo su più fronti e in progetti diversi, costruendo relazioni a lungo termine che non si esauriscano nella contingenza di una singola iniziativa. Lo stiamo già facendo con Emilio Nasser, autore del primo progetto presentato nello spazio. Parallelamente, Emilio sta lavorando con noi anche a “L’ora di fotografia”, un nostro progetto realizzato in collaborazione con Fondazione Alfaparf, che consiste in cinque residenze artistiche in cinque scuole secondarie di secondo grado in tutta Italia. Abbiamo invitato cinque fotografi (Hicham Benohoud, Ilaria Turba, Emilio Nasser, Karla Hiraldo Voleau, Matteo de Mayda) a sviluppare un progetto in dialogo con gli studenti e le studentesse di cinque scuole diverse, da Nord a Sud. Il risultato sarà un catalogo che restituisce un ritratto autentico delle nuove generazioni italiane, le quali prenderanno parte attiva nella costruzione dei progetti.
K! nasce dall’esigenza di ospitare residenze, workshop e attivare processi di co-creazione con le comunità. Nel vostro lavoro, come pensate di adattare all’Italia i modelli di socially engaged photography del Nord Europa e nel Regno Unito cui vi ispirate? Credete che ci saranno caratteristiche di questi modelli che ben si integreranno con l’esperienza italiana? E cosa invece potrebbe inevitabilmente richiedere un adattamento culturale?
Rica: Ho avuto modo di studiare da vicino alcune delle realtà a cui ci ispiriamo: Multistory, Four Corners, Grain Projects… Organizzazioni che a un pubblico fotografico internazionale non dicono molto, ma che invece sono attive da molti anni sul territorio, e ormai sono un punto di riferimento per il luogo in cui sono collocate. Senza dubbio il Nord Europa e soprattutto il Regno Unito hanno una tradizione di fotografia “socialmente impegnata” che noi in Italia non abbiamo. Questo vuol dire che partiamo “svantaggiati” nel far comprendere, soprattutto agli addetti ai lavori, la potenzialità di questo modo di intendere il processo fotografico. D’altra parte, è anche un’opportunità: significa che ci sarà spazio per la sperimentazione e per accogliere proposte e progetti che fino ad ora hanno raramente trovato il loro spazio all’interno del settore fotografico. Ci ispiriamo anche all’utilizzo che queste realtà fanno dello spazio pubblico, al modo in cui sono in grado di costruire una comunità forte attorno al proprio progetto. Ci sembra che in Italia un confronto aperto tra professionisti del settore sia un po’ assente ed è qualcosa su cui vorremmo lavorare, soprattutto in relazione alla nostra generazione e a quelle più giovani.
Nella vostra pratica, la fotografia appare sempre meno come un “oggetto” da esporre e sempre più come un attivatore nei processi. Aprire uno spazio fisico cambia quindi anche quello che potrebbe essere il vostro ruolo: vi considerate ancora principalmente nel ruolo di curatori/progettisti o sempre più come facilitatori di esperienze?
Aleksander: Il nostro ruolo rimane quello di creare un’esperienza. Anche quando lavoriamo in contesti come festival e spazi museali, le mostre che curiamo o che progettiamo sono sempre concepite come un percorso fisico e sensoriale. Questo è il nostro imprinting e continueremo a realizzare progetti espositivi che restituiscano questa dimensione esperienziale. Vorremmo lavorare sempre di più nello spazio pubblico, che è il luogo di restituzione per eccellenza di un progetto partecipato. Certo è che K! ci spingerà ad essere sempre di più delle figure ibride, che mettono insieme non solo immagini ma soprattutto relazioni. Ma d’altronde questo è un passaggio che stiamo facendo su tutta la linea, anche per i progetti nazionali, come “L’ora di fotografia”.
Molti dei vostri progetti precedentemente realizzati – (ad esempio, il bellissimo progetto “Living Certosa” nel quartiere Certosa di Milano con Robin Lopvet) rappresentavano già in un processo di costruzione di relazioni. A questo punto, K! sembra essere effettivamente un traguardo o forse una scommessa, in un certo senso: se tra qualche anno doveste riconoscere che K! ha funzionato davvero, quale cambiamento vorreste vedere — negli artisti, nel pubblico o nel modo stesso di intendere la fotografia?
Francesco: Sarà una bella sfida, già lo sappiamo! Come diceva Rica, pensiamo sia importante riconoscere che in Italia mancano spazi di confronto per la nostra generazione e quelle successive. Quindi ci piacerebbe che K! rappresentasse un punto di inizio per costruire una comunità fotografica in cui riconoscersi. Vorremmo sicuramente che ci fosse più consapevolezza verso un modo di intendere la fotografia al di là delle sue qualità estetiche o formali, evitando intellettualismi e approfittando invece del suo carattere democratico per innescare riflessioni collettive sui temi urgenti della contemporaneità. Per quanto riguarda il pubblico, auspichiamo una maggiore familiarità con la complessità del linguaggio fotografico. Con le nostre attività vogliamo aiutare le persone a leggere le immagini in maniera consapevole, smascherando le implicazioni sociali, politiche e ideologiche che porta con sé il medium fotografico, all’apparenza così immediato.
K! nasce come spazio d’incontro, formazione e co-creazione con la comunità locale, un progetto ambizioso e vitale in una quotidianità sempre più orientata verso l’individualismo e l’appiattimento del pensiero critico. Torino è già una città che offre molto a livello fotografico, basta citare le esperienze di Mucho Mas! Jest o Witty Book che hanno già contribuito a creare una rete e a stabilire una certa familiarità con il linguaggio fotografico tra i cittadini di Torino e fuori Torino. Cosa significa per voi aprire questo luogo proprio qui a Torino: un ritorno, una decisione strategica, il primo passo in una nuova fase del vostro lavoro?
Rica: Per me che sono torinese, è prima di tutto un ritorno a casa. Per gli altri componenti del collettivo, è una scoperta. Siamo convinti che queste due prospettive siano complementari e necessarie per fare un lavoro sul territorio che sia privo di preconcetti. Ovviamente, siamo consapevoli che oggi Torino si presenta come una città con un’attenzione al medium fotografico senza pari in Italia, e questo è per noi un dato positivo, anche strategico, se vuoi. Collaboreremo senza dubbio con le realtà fotografiche del territorio (già lo stiamo facendo, per esempio con l’inserimento della mostra di Emilio Nasser nel cartellone di Exposed, il festival di fotografia diretto da Walter Guadagnini). Ci piacerebbe contribuire a creare una bella sinergia.
Aleksander: Torino è una città unica ed è da qui che vogliamo partire per strutturare le attività dei prossimi anni. K! è pensato come un avamposto, una base da cui continuare a viaggiare, a espanderci, a scoprire nuovi territori. D’altronde Kublaiklan è nato così, nomade, e nomade resterà.
Quali saranno le prime attività che ospiterete a K! e come sceglierete i contenuti da ospitare di volta in volta nel vostro programma? Ci sarà spazio solo per le immagini, o vi aprirete alle contaminazioni con altri linguaggi, sempre in un’ottica partecipativa?
Elsa: Organizzeremo workshop di fotografia ed educazione visiva, incontri pubblici, inviteremo artist* in residenza per sviluppare lavori sul territorio, costruiremo progetti collettivi e piccole restituzioni espositive. Come dicevamo prima, la tipologia di attività sarà dettata anche da quelle che sono le tematiche che scopriremo stando sul territorio, sempre però concentrandoci su approcci collaborativi. Oltre alla mostra “La Cornuda de Tlacotalpan” di Emilio Nasser, aperta dal 27 marzo all’8 maggio, in primavera ci saranno una serie di workshop per bambini. Ci piacerebbe che lo spazio diventasse anche un luogo di presentazione dei progetti che realizziamo altrove, o comunque che sia permeabile al resto delle nostre attività. Abbiamo anche in programma di realizzare una raccolta di libri, come una biblioteca, sulle pratiche partecipative legate all’immagine, che sarà consultabile su appuntamento.
Rica: Quando si parla di fotografia collaborativa, quasi sempre si finisce per ibridare l’immagine con altri linguaggi: la scrittura, il disegno, la performance… Segni che contribuiscono a restituire la complessità del processo condiviso, che non sempre la fotografia riesce a trasmettere. Quindi sì, probabilmente ci apriremo a una contaminazione di linguaggi, ma sempre rimanendo profondamente legati all’immagine fotografica e alle potenzialità trasformative che è in grado di sprigionare.
in cover: Kublaiklan, ritratto di gruppo © Robin Lopvet
