Photography La perturbante estetica dei rifiuti in due progetti fotografici iconici
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La perturbante estetica dei rifiuti in due progetti fotografici iconici

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Laura Tota
Gregg Segal e Mandy Barker | Collater.al

Nell’agenda Setting che governa la priorità delle informazioni da veicolare tramite i media, la questione ambientale occupa una posizione di rilievo altalenante, che alterna momenti di elevata attenzione mediatica (soprattutto coincidenti con anniversari particolari come quello dedicato alla Giornata della Terra del 22 aprile) a momenti di totale silenzio. Eppure, le questioni legate al cambiamento climatico, all’inquinamento o ai rifiuti sono ormai urgenti da troppi anni. Nel caso specifico dei rifiuti, si stima che la produzione dei rifiuti a livello globale crescerà nel 2050 a 3,88 miliardi di tonnellate se il mondo continuerà sull’attuale traiettoria, quando solo nel 2020 la stessa aveva già raggiunto la quota di 2,24 miliardi di tonnellate (1) . Che la questione sia attuale da sempre, lo dimostra anche l’estrema attenzione che il mondo della fotografia ha dedicato negli anni al tema, spesso attraverso lavori di ricerca dotati di una notevole potenza espressiva.

Già nel 2014, il fotografo Gregg Segal con il suo iconico “7 Days of Garbage” invitava alla responsabilizzazione di ogni singolo in merito alla produzione di rifiuti casalinghi attraverso una serie di scatti dal forte impatto visivo: una relazione totalmente irresponsabile con lo spreco che veniva esplicitata adagiando i soggetti responsabili su veri e propri tappeti di rifiuti da loro stessi prodotti nell’arco di una sola settimana. Una quantità esorbitante di cui nessun individuo è stato cosciente finché non ci si è trovato sdraiato sopra.

Segal ha ricreato gli sfondi in maniera meticolosa, riproducendo tutti scenari naturali quali laghi, prati, spiagge, a sottolineare come la presenza dei rifiuti non risparmi neanche i contesti non antropizzati, anzi: spesso luoghi ameni e incontaminati diventano depositi di scarti e rifiuti, rovinando così interi ecosistemi.Ciò che ne deriva, è una totale dissonanza tra i corpi in posa, spesso sorridenti o comunque avulsi emotivamente dal contesto, e la presenza degli scarti della produzione industriale prodotta giornalmente. Famiglie, coppie, persone singole: nessuno è escluso da questo esame di autoconsapevolezza che resta tristemente attuale e che rende “7 Days of Garbage” un progetto senza tempo.

I rifiuti sono anche al centro della ricerca di Mandy Barker, fotografa britannica che ha fatto della causa ambientale il filo rosso delle sue creazioni, focalizzandosi soprattutto sull’inquinamento da plastica. A un primo sguardo, i suoi scatti sembrano riprodurre galassie, porzioni di universo in cui orbitano pianeti solitari, ma l’indagine ha un oggetto completamente diverso: a ben guardare, tutte le composizioni sono costituite da migliaia di detriti che l’artista ha raccoglie negli lungo le coste di tutto il mondo per denunciare l’attuale crisi globale dell’inquinamento marino da plastica. 

Tra i molti, il suo lavoro “Every… snowflake is different” si compone di elementi di plastica recuperati dal litorale della Riserva Naturale di Spurn Point nel Regno Uniti e che che includono barattoli di margarina, confezione di medicinali, attaccapanni, lecca lecca, tappi, vassoi, padelle e molto altro ancora.
Anche in questo caso, la contraddizione tra l’estetica meravigliosa di questi scarti e il disastro ecologico che ne deriva mira a invitare lo spettatore a diventare più consapevole e attivo nella produzione e gestione dei rifiuti: per raggiungere questo scopo, Mandy lavora a stretto contatto con scienziati e biologi affinché i suoi scatti siano supportati da dati scientifici in grado di stimolare un reale cambiamento in chi guarda.

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Scritto da Laura Tota
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