Photography NO BALL GAMES
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NO BALL GAMES

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Giorgia Massari
no ball games

Qualche anno dopo il suo viaggio a Londra, Enrico Rassu riguarda i suoi scatti (tutte Instax) e si sofferma su uno in particolare. Il cartello NO BALL GAMES nel parcheggio di un complesso popolare suona in lui come uno statement, un motto o, come lo chiama lui, come «una filosofia di vita». Un’imposizione che dice ai bambini «non giocare a pallone qui» chiama a una sfida, a una ribellione contro tutte quelle obbligazioni, spesso inutili, che limitano la libertà d’espressione. Enrico Rassu inizia così una serie dedicata a tutte quelle persone – ma anche situazioni – che costruiscono le proprie regole fuori dalle imposizioni sociali, titolandola No Ball Games. Dalla scena musicale, specialmente rap – figurano per esempio Paola Zukar, Nerissima Serpe, Guè, Marracash, Noyz Narcos -, ad amici e sconosciuti, tutti immortalati in modo istantaneo e oggi racchiusi all’interno di un libro che Rassu presenterà durante l’evento – o riunione culturale, come lo chiama lui – del 18 giugno realizzato in collaborazione con Instax/Fujifilm, da Art Studio Finestreria a Milano, in zona Navigli. In mostra non ci saranno solo le sue fotografie, Enrico infatti “passa la palla” ad altri creativi per esplorare insieme a loro, e a tutto il pubblico, il significato di No ball games. In attesa di martedì, lo abbiamo incontrato per scoprire qualcosa di più su questo progetto e per capire da dove ha origine, cos’è oggi e dove sta andando.

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Da dove nasce il progetto NO BALL GAMES?

E.R.: No ball games è un cartello che ho visto nel 2021 a Londra. Sono quei tipici cartelli che stanno nei quartieri delle case popolari che vietano ai ragazzi di giocare a pallone. Quando anni dopo ho riguardato il mio archivio fotografico ho notato di avere una serie fotografica di ragazzini che avevo scattato una notte a Londra. Uno in particolare aveva una bandana e una bicicletta probabilmente rubata, l’ho fotografato davanti a un garage dove c’era appeso questo cartello.

Cosa significa per te NO BALL GAMES?

E.R.: No ball games per me significa guardare quel cartello e dire «cosa c’è di male nel giocare a pallone? Perché non dovrei? Cosa sto facendo di male? Perché non posso divertirmi, fare gruppo? E quindi, metaforicamente, No ball games è «perché dovrei diventare grande se posso rimanere giovane per sempre?»

Cos’è oggi NO BALL GAMES?

E.R.: Oggi No ball games non è solo una mostra, è una festa, è un libro e penso che sia proprio un modo di vivere, una filosofia. È il coraggio di essere se stessi.

Chi sono i protagonisti della tua serie?

E.R.: Tutti i protagonisti del progetto sono persone che nella loro vita hanno deciso di essere liberi e di creare la propria strada. Nel libro puoi trovare tantissime persone diverse, famose, non famose, musicisti, writer, ex fidanzate, amici che nel loro modo si sono espressi come volevano. Diciamo che dentro il libro e dentro il progetto ci sono tutte persone e situazioni che hanno fatto parte della mia vita e che io ritengo No ball games.

La mostra che hai organizzato da La Finestreria non è una personale ma hai scelto di coinvolgere altri creativi. Da qui si capisce la tua necessità, o meglio, il tuo intento di creare una community. Quanto è importante per te?

E.R.: Penso che la fotografia sia un grande mezzo, che non sia mai il fine ultimo, ma sia un medium per conoscere e scoprire gli altri. Io conosco le mie fotografie, conosco già tutto quello che ho fatto, ma non conosco quello che può succedere intorno a delle fotografie che metto in mostra. Quindi, in questo senso, le fotografie sono come un paesaggio che fa da sfondo a un nuovo senso che si può creare assieme.

Penso che questo nuovo senso si possa creare soltanto con gli altri, attraverso le loro idee ed espressioni, perché è come se iniziasse un nuovo viaggio. Non voglio confermare un viaggio passato, voglio costruirne uno nuovo. Non voglio ripetere qualcosa che ho già fatto e di conseguenza questa stanza – che è oggi No ball games – è per me (e per gli altri) la possibilità di creare qualcosa di nuovo.

Avevamo già capito quanto fosse importante per te il concetto di comunità artistica quando abbiamo scoperto il tuo progetto Via Malaga – di cui abbiamo parlato qui – che per altro è il posto in cui vivi, quindi tutto ci torna molto chiaro.

Come si costituisce questa mostra-evento? Chi hai invitato?

E.R.: Per la mostra abbiamo a disposizione una galleria su tre piani sui Navigli che si chiama Art Studio Finestreria. Dal 18 al 20 giugno abbiamo organizzato una vera e propria riunione culturale dove – oltre alle mie foto – ci saranno delle proiezioni video, un’installazione, un dj set e una piccola residenza artistica. Ho radunato tutte persone che potessero esprimere la loro idea di No ball games, in primis tre registi Ivano Atzori, Olmo Parenti e Simone Peluso, che hanno realizzato tre cortometraggi di video arte intorno a questo concetto. Ci sarà poi un’installazione del collettivo Throw Up che farà un’installazione dedicata ai graffiti fuori dalla mostra; un dj set organizzato da One Shot che porterà musica durante tutta l’esibizione. Al piano -1 ci sarà anche una residenza artistica – gestita dalla direzione artistica di Lvnar – dove per tre giorni ci saranno dei musicisti e sound ingegneri che permetteranno a chiunque di partecipare e di lasciare la propria energia, quindi la propria arte, un pensiero, una strofa. Si creeranno tantissime dinamiche intorno a questo mixtape, completamente aperto a chiunque.

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La scena musicale è molto presente nei tuoi scatti così come in questo progetto. Come mai? Da dove viene questo stretto legame con la musica?

E.R.: La mia creatività è nata con la musica. Sono cresciuto in Sardegna – a Sassari – e quando avevo 15 anni mi sono avvicinato alle persone che oggi sono i miei amici. Sapevo che avevano dei garage in cui stavano lì giorno e notte a produrre, a esprimersi. Ho iniziato a uscire con loro e ad aiutarli nel loro percorso.

La musica è sempre stata un background, la sound track della mia arte. Per quanto possa essere innamorato dell’audiovisivo e della fotografia, mi rendo conto che sia qualcosa di fermo nel tempo, di non animato. Con un’immagine fermo quella persona per sempre ma quella persona non è con noi, mentre invece – al contrario – la musica porta un’energia di persone in uno specifico luogo. Per questo per me è fondamentale unire fotografia e musica, mettere in contatto questi due mondi per creare una community.

Courtesy Enrico Rassu

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Scritto da Giorgia Massari

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