Photography Off Screen: quando la macchina da presa incontra la fotografia
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Off Screen: quando la macchina da presa incontra la fotografia

Off Screen è la rubrica che guarda oltre lo schermo. Racconta i registi che non si limitano al cinema, ma portano la loro visione tra pittura, installazioni e linguaggi visivi ibridi. Perché alcuni film continuano anche quando la pellicola finisce.
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Leila Stabile
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9 registi che sono (anche) fotografi

La settima arte incontra la fotografia. Abbiamo ormai appurato in Off Screen – dove ogni mese analizziamo registi che hanno anche altre passioni artistiche – che grandi filmmaker come Lynch, Del Toro e Greenaway sono artisti a 360 gradi. Ma oggi non parleremo di un solo regista: ne esploreremo nove, uniti da un elemento comune che precede, accompagna e spesso trascende il loro cinema. La passione per la fotografia.

Nelle ultime settimane, in occasione dell’uscita di Bugonia, stanno circolando le fotografie di backstage di Yorgos Lanthimos. Non si tratta di semplici immagini dietro le quinte: sono estensioni del suo universo immaginico, scene leggermente disturbanti percorse da una tensione quasi elettrica, in cui i corpi ritratti emergono con forza pur mantenendo un’aura spettrale. Sul suo sito personale si possono trovare diverse serie fotografiche, testimonianza di una pratica parallela al cinema che il regista greco ha sviluppato negli ultimi anni, arrivando persino a costruire una camera oscura professionale nel suo studio di Atene.

Ma andiamo con ordine. Iniziamo un viaggio attraverso nove registi che hanno fatto della fotografia non un semplice strumento preparatorio, ma un linguaggio artistico autonomo.


Stanley Kubrick: il fotografo che divenne leggenda

Prima di 2001: Odissea nello spazio, prima di Arancia Meccanica, prima di Shining, c’era un diciassettenne del Bronx con una Graflex in mano. Stanley Kubrick iniziò la sua carriera come fotografo per la rivista Look Magazine nel 1945, diventando il più giovane fotoreporter mai assunto dalla pubblicazione. Il suo primo scatto venduto ritraeva un edicolante rattristato dalla morte del presidente Roosevelt, un’immagine che catturò immediatamente l’attenzione della redazione.

Tra il 1945 e il 1950, Kubrick scattò circa 15.000 fotografie per Look, documentando la vita quotidiana dell’America del dopoguerra: dalle sale d’attesa dei dentisti ai pugili prima del combattimento, dalle star nascenti agli anonimi passeggeri della metropolitana di New York. Questa esperienza formativa gli insegnò la composizione dell’immagine, l’uso della luce naturale e, soprattutto, la pianificazione ossessiva di ogni inquadratura caratteristiche che avrebbero definito il suo cinema.

Il passaggio dalla fotografia al cinema fu naturale: nel 1950 realizzò il cortometraggio Day of the Fight, basato proprio su un servizio fotografico per Look sul pugile Walter Cartier. Da lì iniziò una carriera cinematografica leggendaria, ma l’occhio del fotografo non lo abbandonò mai. Ogni frame dei suoi film è studiato con la precisione di una foto d’autore.


Anton Corbijn: l’iconografo del rock

Se c’è un fotografo che ha definito l’estetica del rock dagli anni ’80 in poi, quello è Anton Corbijn. Nato in Olanda nel 1955, iniziò a scattare fotografie al concerto dei Solution quando aveva solo 17 anni. Quelle immagini finirono su Muziek Parade, segnando l’inizio di una carriera straordinaria.

Nel 1979 si trasferì a Londra, dove iniziò a collaborare con New Musical Express e The Face, immortalando le leggende del rock: Joy Division, U2, Depeche Mode, Nirvana, Nick Cave, Tom Waits. Il suo stile: bianco e nero contrastato, grana evidente, composizioni essenziali, divenne immediatamente riconoscibile. Corbijn non si limitava a fotografare: creava l’identità visiva degli artisti, definendo il loro look e la loro immagine pubblica.

Il passaggio al cinema avvenne nel 1983 quando iniziò a dirigere videoclip musicali (oltre 80 fino ad oggi), per poi approdare al lungometraggio con Control (2007), un biopic su Ian Curtis dei Joy Division. Il film, girato in bianco e nero, porta sul grande schermo la stessa sensibilità fotografica che ha reso celebri i suoi ritratti: inquadrature taglienti, luci naturali sfumate, un’eleganza poetica che mira all’imperfezione della vita.


Wim Wenders: le Polaroid del tempo sospeso

Wim Wenders, maestro del nuovo cinema tedesco e regista di capolavori come Paris, Texas e Il cielo sopra Berlino, ha con la fotografia un rapporto intimo e ossessivo. Tra gli anni ’70 e ’80, Wenders scattò oltre 12.000 Polaroid, utilizzando queste istantanee come taccuino visivo durante i viaggi e le riprese dei suoi film.

Le Polaroid funzionavano per Wenders come strumento per comprendere i luoghi prima di girarli, per fissare momenti effimeri, per testare inquadrature. Ma erano anche qualcosa di più: oggetti unici, irriproducibili, capsule del tempo che racchiudevano passato, presente e futuro in un unico scatto. Nel 2017 queste immagini sono state esposte alla Photographers’ Gallery di Londra nella mostra Instant Stories, rivelando un lato più personale e intimista del regista.

“Non è cambiato solo il significato dell’immagine“, ha dichiarato Wenders. “È l’atto di guardare che non ha più lo stesso significato. L’immagine per me è sempre stata legata all’idea di unicità. In quanto tale, aveva una certa sacralità. Tutta questa nozione è scomparsa“. La sua pratica fotografica è una resistenza contro l’epoca del digitale, un omaggio alla materialità dell’immagine.


Agnès Varda: la nonna (fotografa) della Nouvelle Vague

Prima di essere la pioniera della Nouvelle Vague, Agnès Varda era una fotografa. Nata nel 1928, lavorò come fotografa di scena al Théâtre National Populaire di Parigi, documentando spettacoli e attori. Fu questa formazione visiva a plasmare il suo approccio al cinema: uno sguardo documentaristico, attento ai dettagli della vita quotidiana, capace di cogliere la poesia nelle piccole cose.

Il suo primo film, La Pointe Courte (1954), anticipò la Nouvelle Vague di cinque anni e fu montato da Alain Resnais. Varda portò nel cinema la sensibilità della fotografa: la capacità di comporre l’immagine, di lavorare con la luce naturale, di catturare l’attimo. Opere come Daguerréotypes (1975) – un ritratto fotografico-filmico dei negozianti della sua strada parigina – o Salut les Cubains (1963) – un montaggio dinamico di fotografie scattate a Cuba – testimoniano questa continua osmosi tra i due linguaggi.

Nel 2017 divenne la prima donna regista nella storia del cinema a ricevere l’Oscar alla carriera. “Nata fotografa”, come lei stessa si definiva, Varda per oltre settant’anni ha girato film con lo stesso sguardo curioso e empatico con cui un tempo scattava fotografie.


Larry Clark: lo sguardo crudo della gioventù perduta

Larry Clark è forse il fotografo-regista più controverso di questa lista. Nato a Tulsa, Oklahoma, nel 1943, iniziò a fotografare giovanissimo, lavorando nell’attività di famiglia. Ma fu negli anni ’60 che documentò se stesso e i suoi amici adolescenti in una cultura di droga, sesso e violenza che avrebbe definito il suo lavoro.

Nel 1971 pubblicò Tulsa, un libro fotografico che scioccò l’America puritana con le sue immagini crude e senza filtri di giovani che si iniettavano anfetamine, si prostituivano, vivevano ai margini. Lo stile di Clark, intimo, partecipato, privo di giudizio morale anticipò il cosiddetto “heroin chic” degli anni ’90.

Il passaggio al cinema avvenne nel 1995 con Kids, scritto da Harmony Korine, una cronaca di 24 ore nella vita di adolescenti newyorkesi tra skateboard, sesso non protetto e HIV. Il film portò sullo schermo la stessa estetica documentaristica delle sue fotografie: handheld camera, luce naturale, un realismo brutale che divide ancora oggi critica e pubblico.


Sofia Coppola: snapshot di una vita

Figlia di Francis Ford Coppola, Sofia sembrava destinata al cinema. Ma prima di dirigere Il giardino delle vergini suicide (1999) e Lost in Translation (2003), esplorò diverse forme creative: la pittura al CalArts, la fotografia, il fashion design. Fu proprio la fotografia a darle le prime opportunità professionali: lavorò per Vogue Paris, Allure e Interview, sviluppando uno stile snapshot, immediato, quasi amatoriale.

“Non ho mai avuto la pazienza di imparare molto tecnicamente“, ha dichiarato, “ma potevo fare snapshot“. Questo approccio alla fotografia – istintivo, personale, apparentemente casuale – influenzò profondamente il suo cinema. Film come Somewhere (2010) sono costruiti su inquadrature fotografiche quasi statiche, dove il tempo si dilata e lo sguardo contemplativo prende il posto dell’azione.

Nel 1995, insieme all’amica Stephanie Hayman, fondò il brand di abbigliamento Milk Fed, per il quale realizzò le campagne fotografiche. Oggi continua a collezionare fotografie – alle pareti di casa sua ci sono stampe di William Eggleston, Lee Friedlander, Tina Barney – e a usare la fotografia come riferimento visivo per i suoi film.


Harmony Korine: dall’iPhone alla tela (passando per il cinema)

Harmony Korine è difficile da classificare. Sceneggiatore di Kids a soli 19 anni, regista di film cult come Gummo (1997) e Spring Breakers (2012), ma anche pittore, fotografo, performer. La sua pratica artistica abbraccia quello che lui stesso definisce “mistakism”: l’errore, l’improvvisazione, la ripetizione ipnotica come forma d’arte.

Negli ultimi anni, Korine ha sviluppato una pratica fotografica particolare: scatta immagini con l’iPhone dei dintorni della sua casa a Miami, le dipinge digitalmente aggiungendo personaggi fantasmagorici (come il famoso “Twitchy”), poi le proietta su tela e le ricrea in pittura a olio. Queste opere – esposte da Gagosian nel 2019 nella mostra Young Twitchy – sfumano i confini tra fotografia, pittura e cinema.


Miranda July: la performance dell’intimità

Miranda July è un’artista totale: regista, scrittrice, performer, e sì, anche fotografa. Cresciuta a Berkeley, California, ha sempre lavorato ai margini dei generi, mescolando cinema, performance dal vivo, progetti web e installazioni. Il suo lavoro fotografico non è mai stato centrale come in altri artisti di questa lista, ma attraversa tutta la sua pratica come documentazione, processo, estensione delle performance.

Progetti come Learning to Love You More (2002-2009), creato con Harrell Fletcher, prevedevano che i partecipanti documentassero fotograficamente “compiti” creativi assegnati dall’artista. Oppure Eleven Heavy Things (2009), installato alla Biennale di Venezia: photoset scultorei con cui i visitatori dovevano interagire e poi fotografarsi, completando l’opera solo attraverso la circolazione delle immagini.

July usa la fotografia come strumento democratico, un modo per coinvolgere il pubblico nella creazione dell’opera. Non è interessata alla perfezione tecnica o alla firma autoriale, ma alla fotografia come gesto relazionale, come mezzo per connettere persone e raccontare storie collettive.


Yorgos Lanthimos: la camera oscura di Atene

Torniamo da dove siamo partiti. Yorgos Lanthimos ha iniziato a interessarsi seriamente alla fotografia analogica solo negli ultimi anni, ma con un’intensità che sorprende. Ha costruito una camera oscura professionale nel suo studio di Atene, dove sviluppa personalmente le sue stampe. “Ho imparato guardando video su YouTube“, ha raccontato ridendo, “anche se un master printer mi ha insegnato per venti minuti“.

Durante le riprese di Poor Things e Kinds of Kindness, Lanthimos ha scattato migliaia di fotografie con fotocamere di grande e medio formato, documentando non solo i backstage ma creando vere e proprie opere autonome. Insieme a Emma Stone – che ha imparato da lui a sviluppare le pellicole – trascorreva le serate in camera oscura dopo intere giornate sul set, processando i negativi.

Le sue fotografie sono state pubblicate in due libri (Dear God, the Parthenon is still broken e i shall sing these songs beautifully) e hanno avuto la prima mostra personale nel 2025 a Los Angeles. Non si tratta di semplici foto di scena: sono immagini che “costruiscono una narrativa diversa dai film”, come ha spiegato il regista, espandendo il suo universo visivo oltre i confini dello schermo.


Il confine che non esiste

Cosa unisce questi nove registi così diversi tra loro? La consapevolezza che cinema e fotografia non sono linguaggi separati ma due modi di guardare lo stesso mondo. Che ogni fotogramma è una fotografia moltiplicata per 24 al secondo. Che fermare il tempo o farlo scorrere sono due facce della stessa passione: catturare la vita, comprenderla, trasformarla in arte.

“La fotografia è qualcosa che ho iniziato a prendere sempre più sul serio“, ha detto Lanthimos. “Spero diventi sempre più un corpo di lavoro che può esistere da solo“. Non più preparazione al cinema, ma arte parallela. Non più bozzetti, ma opere complete.

Off Screen continua a raccontare dove il cinema finisce e dove inizia tutto il resto. Ma forse, come ci insegnano questi nove artisti, non c’è un confine. C’è solo lo sguardo, che sia dietro una cinepresa o dietro una Leica, una Polaroid o un iPhone. Lo sguardo che cerca, che cattura, che non smette mai di interrogare il mondo.

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Scritto da Leila Stabile

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