Photography L’evoluzione radicale di Sophie Bramly
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L’evoluzione radicale di Sophie Bramly

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Anna Frattini

Era l’inizio degli anni ’80 quando Sophie Bramly – nata in Tunisia nel 1959 e cresciuta a Parigi – a soli 22 anni mise gli occhi (e la macchina fotografica) sulla scena Hip-Hop newyorkese. Trasferitasi a New York dopo gli studi in arti grafiche e fotografia a Penninghen, si immerse per tre anni nel Bronx, seguendo da vicino la scena creativa e abbandonando qualsiasi distanza giornalistica. James Brown, John Cale, Nico, Sly Stone e Prince sono solo alcuni degli artisti che la fotografa ha immortalato nel corso di una carriera che ha sempre privilegiato l’intimità rispetto alla messa in scena. Ma Sophie Bramly non è solo una fotografa. Produttrice e regista televisiva, ha lavorato tra Francia, Londra e Stati Uniti, contribuendo in modo decisivo alla diffusione della cultura hip-hop in Europa con programmi come Yo! su MTV Europe. Dagli esordi musicali fino ai progetti più recenti, a partire dai giovani di Roubaix fino all’intimità dei corpi maschili, il suo sguardo è rimasto coerentemente documentario, concentrato su fragilità e traiettorie marginali. Con lei abbiamo fatto due chiacchiere: partendo dai racconti di incontri ravvicinati con le star della musica, siamo arrivati ai temi che oggi abitano il centro della sua ricerca.

Sophie Bramly
All of the above, 1982

Potresti raccontarci di più dei tuoi incontri con figure come James Brown, Prince, John Cale, Nico o Sly Stone? Si trattava di incarichi, progetti personali o situazioni nate in modo più spontaneo? E ci sono storie o momenti legati a queste esperienze che senti siano stati particolarmente formativi per te come fotografa?

I miei incontri con i musicisti sono sempre stati un po’ speciali. Di solito si creava un legame inaspettato e spesso diventavamo amici, il che mi permetteva di fotografare ciò che più mi sta a cuore: i momenti fragili, quelli fuori tempo, quelle minuscole frazioni di tempo che l’occhio non riesce davvero a registrare ma che l’intuizione sa riconoscere. Una sorta di verità nascosta che solo la fotografia riesce a catturare.

James Brown fu un incarico. Andai nella sua città natale, Augusta, in Georgia. Fece aspettare me e un giornalista per tre giorni in un motel piuttosto miserabile, mi concesse esattamente cinque minuti per fotografarlo in un parcheggio e poi si rivelò l’uomo più gentile del mondo. Finimmo per pranzare insieme. Quel contrasto mi è rimasto dentro. Lo rividi altre due o tre volte dopo, e ci furono sempre momenti inattesi.

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Prince fu anche lui un incarico, per l’agenzia Gamma, durante il tour di Purple Rain. In Europa non era ancora molto famoso, ma convinsi l’agenzia a mandarmi. Ero una grandissima fan e lo avevo già incontrato, insieme al suo team, nelle situazioni più improbabili in Francia: prima in una discoteca vuota, dove c’eravamo solo loro e io, e qualche mese dopo mentre girava alcune scene di Under the Cherry Moon nella casa di un amico nel sud della Francia. Ho anche fotografato e filmato molti degli artisti e dei musicisti intorno a lui, e alcuni sono ancora miei amici oggi.

Fotografai Nico quando ero ancora studentessa d’arte e facevo lavori temporanei a New York. Alloggiava nell’appartamento di un amico, proprio come me. Era un momento molto buio per lei. Si svegliava con vodka e pillole, spesso incapace di ritrovare la strada per tornare a casa. Ho cercato di mostrare solo la sua tristezza. Non ho mai venduto quelle fotografie.

Sophie Bramly

Per quanto riguarda Sly Stone, ricordo di essere andata in un club piuttosto losco, uptown, dove avrebbe dovuto suonare. Tutti mi dicevano che era una perdita di tempo, che le droghe lo tenevano per lo più sul divano. Ma si presentò. C’erano forse dieci persone nella sala, in un locale costruito per centinaia. Ho venduto quelle immagini solo l’anno scorso, quando è morto.

Sophie Bramly

John Cale era a casa di un amico. Più tardi quella sera andammo a vedere Grandmaster Flash and the Furious Five al Ritz. Mi incuriosiva il suo interesse per l’hip-hop. Era così silenzioso, così discreto. Il contrasto era affascinante.

Durante gli anni Ottanta e Novanta mi sono concentrata su artisti in ascesa e artisti in declino. È lì che emerge la fragilità. Al culmine del successo, gli artisti tendono a essere pieni di sicurezza, e questo per me è meno interessante. Ero una grande appassionata di musica, quello è stato il mio punto di ingresso, ma col tempo ho capito che non ero lì per creare immagini glamour di performer brillanti. Ero lì per cercare le uniche due cose che ho davvero sempre cercato nelle persone: intimità e fragilità, che spesso vanno di pari passo.

Guardando alla tua pratica più ampia, come si è evoluto il tuo approccio dai primi lavori legati alla musica a progetti successivi come Roubaix? Cosa ha motivato questo spostamento verso la documentazione di contesti sociali e realtà quotidiane?

Prima di tutto c’è una realtà con cui devo fare i conti. Potrei sbagliarmi, ma non credo che oggi potrei fare ciò che facevo allora. Gli artisti tendono ormai a mostrare la propria intimità sui social network, fotografati da persone del loro stesso giro. Ai fotografi vengono chiesti soprattutto momenti glamour. Mi chiedo spesso: oggi potrei presentarmi a casa di Cardi B o di Doechii? Il management e tutte le persone intorno all’artista me lo permetterebbero? Ne dubito. E non sono nemmeno sicura che vedrei le stesse cose. L’industria è diventata ancora più grande di quanto non fosse, con problemi che nel secolo scorso non avevamo.

sophie bramly

Credo di essermi spostata verso progetti come Roubaix o le periferie sconosciute di Parigi per due motivi principali. Il primo è che non sono una persona competitiva. Non appena mi trovo circondata da troppe persone che fanno quello che faccio io, sento il bisogno di scappare e guardare altrove. Il secondo è che da bambina volevo diventare avvocata. Non sopportavo l’ingiustizia. Quella sensazione non mi ha mai davvero lasciata. Così guardare persone che nessuno guarda, o luoghi abbandonati o ignorati, è la parte di me che continua a sperare nella giustizia. E paradossalmente, la loro fragilità porta spesso con sé più speranza di quella che trovo negli ambienti privilegiati.

So che per molti è difficile vedere un legame, ma per me è evidente che ciò che facevo allora e ciò che faccio oggi si basa anche sull’influenza che la scena hip-hop ha avuto su di me. Il Bronx era devastato eppure i ragazzi erano pieni di speranza, gioiosi, incredibilmente creativi, pieni di energia: qualcosa che non vedevo nel mondo privilegiato a cui ero abituata. C’era una lezione da imparare, e mi è rimasta dentro per tutta la vita.

Ci ha molto colpito anche il tuo progetto sui corpi maschili non stereotipati. Potresti approfondire la tua idea di “sguardo femminile” in questo contesto e spiegare perché senti che questa prospettiva sia stata in gran parte assente o trascurata?

Sono piuttosto ossessionata da questa questione. Per anni mi sono chiesta perché le artiste donne non abbiano davvero sviluppato uno sguardo femminile, senza mai trovare una risposta che mi soddisfacesse. Artiste femministe esistono fin dai primi del Novecento, eppure molte hanno guardato le donne in modi non così diversi da quelli degli uomini. Quanto è femminista tutto questo? Alcuni mi dicono che mi sbaglio, che le donne guardano le donne con empatia e comprensione condivisa, e che questo è un punto focale fondamentale oggi. Forse. Ma come possiamo davvero rovesciare gli stereotipi se non guardiamo mai gli uomini? A parte artiste come Louise Bourgeois, Marlene Dumas e pochissime altre, non vedo molto di questo, nemmeno tra le fotografe.

Sophie Bramly

Forse è perché le donne sono ancora tenute sotto una qualche forma di controllo. Una donna che affronta temi sessuali è ancora percepita come una minaccia. Ma è proprio per questo che dovremmo esplorare questi territori. Rende le donne più forti e gli uomini più vulnerabili: è lì che dovrebbe trovarsi un equilibrio. Forse è anche perché non è facile. Presentarsi in un appartamento e chiedere a un uomo di spogliarsi può significare cose molto diverse per lui. Io stessa non mi sono sempre sentita a mio agio.

Sophie Bramly

Alla fine ho iniziato a lavorare con mia figlia, che è anche lei fotografa, sebbene in un ambito diverso. Abbiamo fotografato uomini uno dopo l’altro e mescolato i nostri sguardi in un libro uscito l’anno scorso. Da allora ho iniziato un nuovo progetto di nudi maschili con maggiore sicurezza. Chiedo che non ci siano erezioni, perché continuo a cercare la fragilità. Questo si rivela un problema per alcuni uomini, che faticano ad accettare l’idea di non presentare la propria virilità “al massimo”.

Infine, pensando al tuo lavoro più recente sulle 26 periferie francesi, come vedi questo progetto inserirsi nel tuo percorso oggi? Quali temi o domande senti più centrali nella tua pratica in questo momento?

Viviamo in un’epoca interessante. La verità sta lentamente scomparendo, mentre ego e narcisismo crescono a velocità impressionante. Tutto tende verso la finzione, e più le persone diventano ossessionate dal falso, più io divento ossessionata dalla realtà. Le periferie che ho scelto sono sconosciute persino di nome alla maggior parte dei francesi. Nessuno guarda davvero le persone che ci vivono. Le loro vite quotidiane sono relativamente tranquille, quasi prive di eventi, ma segnate da una sorta di stanchezza strutturale.

Sophie Bramly

Proprio perché nessuno presta loro attenzione, però, vivono con una certa libertà, risparmiate dal peso costante del giudizio. La mia ambizione non è né denunciare né glorificare, ma semplicemente dare un’esistenza visiva a questi territori. In un momento in cui le periferie vengono spesso raccontate come problemi o minacce, questo progetto propone una contro-narrazione: quella di città silenziose, anonime, solidali, dove si sviluppano in modo discreto forme contemporanee di convivenza.

sophie bramly

Per me tutto torna sempre alla giustizia. Perché ignorarle solo perché non sono né stelle né quelli che vengono definiti i “reietti” della società? E tutto torna sempre a fragilità e intimità. Questi luoghi non performano e le persone non si drammatizzano. L’assenza di una grande narrazione è esattamente ciò che mi interessa. In questa invisibilità è all’opera un’altra realtà. Alcuni di questi luoghi sono raggiungibili solo dopo una o due ore di treno. Questa distanza è sia letterale che simbolica. Come a Roubaix, utilizzo una fotocamera di medio formato, che gioca un ruolo fondamentale. Conferisce alle immagini una certa nobiltà formale, creando un equilibrio tra precisione documentaria e uno sguardo tenero, lontano dall’esotismo e dal patetismo.

image courtesy Sophie Bramly

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Scritto da Anna Frattini

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