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“Fernweh”, un progetto tutto al femminile che fa sognare

Quante volte durante l’anno appena trascorso abbiamo sentito il bisogno di lasciare le nostre case e lasciarci trasportare dal vento. In mancanza della possibilità di partire, Irene e Chiara Trancossi hanno trovato un modo per andare via stando ferme e con “Fernweh” ci invitano a viaggiare con loro.

Fernweh” è un’idea sviluppata dalle due sorelle durante il lockdown, nato come progetto fotografico e che è diventato presto qualcosa di più. Si tratta di un punto di incontro tra le capacità di Irene e Chiara, rispettivamente scenografa e fotografa, e la musica e la voce della cantautrice Glomarì. 

La musica, la poesia e la fotografia si fondono in un progetto tutto al femminile che dimostra come spesso l’arte possa essere l’unica cura alla realtà. Noi abbiamo avuto la fortuna di poter fare qualche domanda a queste tre incredibili donne che ci hanno parlato di “Fernweh”, ma non solo. Non perdetevi la nostra intervista qui sotto! 

 

Chiara e Irene Trancossi

 

Ciao Chiara, ciao Irene. Voi siete rispettivamente scenografa e fotografa. Raccontateci quali sono stati i vostri percorsi artistici e quando avete deciso di lavorare insieme. 

Siamo cresciute tra le note di Tosca e Aida e non a caso entrambe abbiamo esordito nel campo teatrale, rispettivamente come scenografa di opera lirica e fotografa di scena e spettacolo. Il teatro e la vicinanza con la musica ci hanno predisposto a concepire l’arte in maniera poliedrica e multidisciplinare, con una fusione osmotica di più linguaggi espressivi. Nel 2016 abbiamo realizzato insieme il nostro primo progetto “Querida”, in spagnolo Cara. È una serie fotografica di autoritratti in quanto sorelle, che sancisce il nostro legame indivisibile e la nascita di una nostra poetica con risvolti simbolico-evocativi, oltre alla conseguente definizione di un’impronta estetica che tutt’ora ci caratterizza. Consideriamo questo progetto il manifesto della nostra visione artistica che ci ha portato a intraprendere un percorso condiviso di Art Direction e di Regia esplorando svariati campi quali moda, video-arte, video-clip. 

Per “Fernweh” avete collaborato con Glomarì, però non è la prima volta che lavorate insieme. Guardando i vostri lavori e ascoltando la sua musica sembra che arrivino dallo stesso immaginario, dallo stesso “mondo”. Come vi siete conosciute e quando avete capito che avreste potuto lavorare insieme? 

L’incontro con Glomarì è avvenuto per caso, o meglio per fortuna, proprio nel momento in cui la cantautrice stava per iniziare le riprese di “A suo modo danza”, il primo video che costituisce la Trilogia di Inaccadimenti, di cui lei stessa ha curato la regia. Immediatamente fra noi si è creata una forte sintonia e una magica intesa che ci ha condotto a realizzare insieme anche gli altri due video della Trilogia stessa; “Liberà” e “Mostarda”, video vincitore del Primo Premio al Concorso Artefici del Nostro Tempo della Biennale d’Arte di Venezia 2020. Insieme abbiamo prodotto numerosi altri progetti artistici, sempre caratterizzati da un taglio prettamente ibrido ed eclettico, che si avvicina alla video-poesia. La nostra collaborazione è un continuo e frizzante scambio di opinioni e stimoli ed è basata soprattutto su una solida amicizia che Glomarì stessa definisce una “sorellanza artistica”. 

La vostra ultima opera è “Fernweh”. Spiegateci il titolo. Cosa significa? Come vi è venuto in mente? 

Fernweh è una parola tedesca molto curiosa che ha da subito catturato la nostra attenzione; non ha una traduzione precisa nella lingua italiana e il suo significato più prossimo è “nostalgia dell’altrove”. In questa parola abbiamo trovato una forte corrispondenza col nostro stato d’animo durante gli interminabili mesi di lockdown della prima quarantena Covid19. Il desiderio di evasione e di rottura dei vincoli della ripetitività e monotonia del quotidiano ha rappresentato la miccia che ha generato Fernweh.
Il progetto nasce come un gioco fra sorelle, volto a trasformare la banalità in novità attraverso la connessione con un mondo “altro”, che implica e tocca le corde più sensibili e recondite dell’animo umano. Questo progetto è stato per noi fondamentale perché rappresenta il nostro modo di resistere, continuando a produrre arte in un momento storico ostile ed avverso ad essa.  

 

“Il progetto nasce come un gioco fra sorelle,
volto a trasformare la banalità in novità…”

 

“Fernweh” è nato l’anno scorso durante il lockdown. Dove avete girato? 

Inizialmente “Fernweh” nasce come progetto fotografico durante il primo lockdown, scattato nel nostro giardino di casa, con i mezzi che avevamo a disposizione. Il progetto video-poetico scaturisce subito dopo, non appena è stato possibile radunare la crew ed è stato girato anch’esso in buona parte nel nostro giardino trasformato nostalgicamente in un piccolo set cinematografico. Abbiamo così attirato la curiosità dei nostri vicini di casa, che per due mesi interi ci hanno visto alle prese con code di sirena, piscine gonfiabili, casette, tappeti volanti. Senza capirne la motivazione ci hanno comunque dato il loro supporto nel fornirci il materiale di cui eravamo momentaneamente sprovviste. Non ci siamo di certo annoiate! 

“Fernweh” ci offre la possibilità di fare un viaggio con la fantasia, sia attraverso un’atmosfera onirica, sia grazie ad elementi come il tappeto volante, la sirena o la tenda con cuscini e coperte. A cosa vi siete ispirate e dove volete portare lo spettatore? 

Le immagini che si susseguono durante la video-poesia alludono a un immaginario lontano e trasognato che affonda le sue radici nell’infanzia di noi sorelle, richiamandone i colori, i profumi, l’essenza, attraverso il libero fluire di reminiscenze simili a fantasmi. Il lento fluire di queste visioni vogliono trasportare lo spettatore in una dimensione onirica ed evocare un’altrove, lontano dalle dinamiche perverse della società consumistica, un “rifugio insicuro” per le anime sensibili capaci di trasformare le ferite in feritoie, le distanze in vicinanza.
Le parole sussurrate dalla cantautrice Glomarì amplificano questa dimensione ovattata, ipnotica e delicata. 

 

Glomarì

 

Per “Fernweh” hai scritto musica e testo. Qual è il processo creativo che porta alla scrittura di una canzone che si basa su delle immagini già scelte? 

Scrivere e comporre partendo da immagini è un processo che mi viene abbastanza naturale, credo si tratti di una forma di sinestesia delle cui potenzialità ho preso consapevolezza solo negli ultimi tre anni. Molte delle canzoni del mio primo album “A debita vicinanza” sono nate così.
Certe immagini spalancano una finestra su paesaggi di sensazioni e sentimenti ibridi, è molto stimolante per me cercare di tradurli in musica e parole. Così è successo per Fernweh. Quando Chiara e Irene mi hanno mostrato il loro progetto fotografico, l’ho trovato molto vicino a quello che stavo provando in quel periodo e le parole della canzone sono uscite con molta naturalezza.Tra l’altro, per pura (e meravigliosa) coincidenza, già da un po’ di tempo volevo tradurre in canzone quel senso di “nostalgia dell’ignoto” di cui parla il progetto. Non avrei potuto trovare occasione migliore per farlo. 

Come descriveresti la tua musica e, secondo te, per quale motivo si adatta così bene all’immaginario visivo di Irene e Chiara? 

La mia musica è il risultato di un approccio molto intimo e visionario alle cose e alle situazioni, rappresenta lo strumento con il quale interpreto me stessa nel mondo e prendo consapevolezza del mio tragitto nell’esistenza.
Il suo combaciare con l’immaginario di Chiara e Irene credo dipenda dal fatto che loro, tanto quanto me, non si stancano mai di stupirsi delle cose. È soprattutto questo approccio alla vita a legarci, l’estetica viene di conseguenza. 

Chiudiamo con una domanda per tutte e tre. Ciascuna di voi lavora con un mezzo artistico differente. Secondo voi l’arte serve a evadere dalla realtà o a viverla meglio? 

Crediamo che l’arte serva a vivere meglio la realtà per il semplice fatto che ha il potere di trasformare in bellezza tutte le esperienze, soprattutto quelle negative. Più che di evasione si potrebbe parlare di sublimazione. 

  

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