Vladimir Karamazov ha passato un anno intero a fotografare l’interno del carcere più sorvegliato di Bulgaria, quello di Belene, costruito su un’isola sul confine con la Romania proprio per rendere la fuga quasi impossibile. Il risultato è “For the Grace of God“, il suo primo photobook, uscito per Gost Books il primo agosto 2026, e forse il progetto più ambizioso mai realizzato da un fotografo bulgaro su un tema come quello della detenzione.


Karamazov, nato a Sofia nel 1979, non arriva alla fotografia da autodidatta qualunque, perché per venticinque anni è stato un attore della compagnia del Teatro Nazionale Bulgaro “Ivan Vazov”, con una carriera tra cinema, teatro e televisione. Dal 2019 ha scelto la macchina fotografica come nuovo linguaggio, portandosi dietro un’attitudine quasi da regista nel cercare storie, atmosfere e persone dal vissuto drammatico. È il primo fotografo ad aver ottenuto accesso a Belene per un progetto del genere, e lo ha usato non per inseguire lo scatto dalla facile viralità, ma per immergersi in un lavoro fatto ascolto e durato mesi.
La storia del luogo pesa quanto le immagini. Belene nasce nel 1961 da un decreto del Consiglio dei Ministri bulgaro come “campo di detenzione” pensato inizialmente per i prigionieri politici; oggi è la prigione con il maggior numero di ergastolani per omicidio dell’intero paese. Le fotografie scattate tra ottobre 2023 e novembre 2024 restituiscono prima l’involucro fatto di filo spinato, muri, il gelo che si deposita ai bordi dell’isola. Poi entrano nelle celle, tra ritratti di uomini condannati per reati molto diversi tra loro: dall’omicidio al furto, dalla violenza domestica al gioco d’azzardo.


Il libro raccoglie anche disegni, lettere, poesie e testimonianze scritte dagli stessi detenuti durante le conversazioni con Vladimir Karamazov, un materiale che trasforma il progetto in un archivio corale più che in un semplice reportage.
Lo stesso Karamazov racconta l’obiettivo del progetto con molta chiarezza: i cittadini bulgari non sanno nulla delle carceri e non hanno idea di cosa significhi la privazione della libertà, ed è per questo che ha voluto aprire quella porta e raccontare come, molto spesso, un crimine affondi le radici nell’infanzia, e come la società intera porti parte della responsabilità per la propria inerzia.









