È il 1948 quando si verifica uno degli esodi più massicci della storia contemporanea: la Nakba palestinese. Un esodo forzato, sia dalla situazione politico-sociale critica che dalle violenze sempre più frequenti sulla popolazione araba. Una crisi che, di lì a poco, porterà allo scoppio della guerra civile tra la comunità ebraica e quella araba palestinese. Da quel fatidico anno, e in realtà già dai decenni precedenti, la questione israelo-palestinese è diventata sempre più nota e, mai come in questi ultimi anni, portata sotto gli occhi di tutti; così come lo sono – purtroppo – mille altre tragedie, violenze, guerre e notizie disturbanti che arrivano da ogni angolo del mondo. Tutto questo rischia di portare – soprattutto a causa della nostra continua iperconnessione ed esposizione alle flash news – a un’assuefazione alla violenza.

È proprio l’assuefazione e l’alienazione di chi guarda e ascolta, da fuori, che vuole combattere uno dei fotografi che sta tuttora raccontando l’inferno vissuto a Gaza dai suoi abitanti: Ali Jadallah. Ali racconta attraverso i suoi scatti la realtà atroce che vivono ogni giorno le vittime di questa tragedia, attraverso una macchina fotografica che, come lui stesso afferma in un’intervista rilasciata a Magnum Photos, non è per lui uno strumento di lavoro ma un’opportunità per preservare la memoria del suo popolo, con l’urgenza di fermare con uno scatto sia i momenti più dolorosi che quelli di gioia e speranza di un popolo schiacciato dall’occupazione. «It was not just about capturing images, but about saying: we exist, we are here, and our stories matter».


Quelle di Ali Jadallah sono immagini che sembrano muoversi, vive, strazianti ma terribilmente umane, che parlano della resilienza di un popolo che nonostante tutto continua a resistere e a esistere nella tranquillità di un attimo fugace tra un bombardamento e un altro, nelle risate sempre più rare dei più piccoli o nella speranza sempre viva che ci saranno giorni di pace in futuro.

Il potere della fotografia di Ali risiede nel coinvolgimento sensoriale di chi guarda: non percepiamo le sue immagini solo con la vista, sembriamo poter sentire il boato delle esplosioni che distruggono gli edifici, il suono agghiacciante delle grida e della sofferenza di chi ha perso uno dei propri cari – come lo stesso fotografo –, perfino il silenzio assordante di chi soffre ma è troppo spaventato e schiacciato dal trauma per poter emettere alcun suono. Tutto questo è possibile proprio perché lo stesso Ali non è un osservatore esterno, appartiene alla comunità che immortala nei suoi scatti e insieme ad essa soffre, si piega e, ogni volta, si rialza.

«The smell of dust mixed with blood is still stuck in my heart…»
Questa è la missione di Ali Jadallah: scattare fotografie che possano essere sia testimonianza di ciò che accade nell’inferno a cielo aperto di Gaza, sia creare memorie per le generazioni future, perché sappiano che la storia degli abitanti di Gaza non è solo fatta di sofferenza e distruzione ma anche della resilienza di un popolo estremamente forte e dignitoso. Troppe persone, giornali e trasmissioni parlano di questa terra e di chi la abita come fossero solo numeri e vittime da elencare. Ali vuole fare di più, mostrando i volti, le emozioni e la forza dei protagonisti che stanno dietro le fredde statistiche dei giornali.

Questo articolo è stato realizzato in collaborazione con Luigi Falanga e Gaia Forlin aka @super8otto.