Photography Andrea Kasap e l’immaginario della post-iper-digitalizzazione
Photographyreportage

Andrea Kasap e l’immaginario della post-iper-digitalizzazione

-
Anna Frattini

Andrea Kasap è un fotografo che usa la fotografia come un corpo vivo, attraversato, ferito, abitato da persone e luoghi che esistono sempre in trasformazione. Nato a Mantova nel 1996 e oggi parte attiva della scena milanese, tra Officina Opera e il collettivo Camera Club, Kasap costruisce un immaginario che vive di incontri, di fiducia e di quella complicità sotterranea che lega comunità, amici, performer, musicistə. Le sue fotografie non ritraggono: accolgono. Non osservano da lontano: si sporcano, si avvicinano, respirano insieme ai soggetti che le abitano.

Le influenze che attraversano il suo lavoro – da Wolfgang Tillmans a Nan Goldin, da Larry Clark a Wong Kar-wai – non emergono come citazioni estetiche, ma come un modo di intendere l’immagine: mai neutra, mai completamente controllabile, sempre frutto di uno scambio. C’è una continuità emotiva che lega il suo archivio alle persone che frequenta, ai corpi che si muovono nelle sue foto come se fossero parte attiva della costruzione dello scatto, non figure da posare ma presenze che restituiscono energia, fragilità, ferocia e tenerezza.

I luoghi, poi, hanno un ruolo quasi mistico: interni domestici, finestre, strade, capannoni, boschi e prati diventano veri e propri personaggi che si rivelano solo quando vengono attraversati. L’atmosfera di feste, concerti e rave fra luci intermittenti, ombre spezzate, fumi, odori, frammenti di memoria è un ecosistema che Andrea sembra conoscere e amare profondamente, perché ne cattura non tanto la scena quanto l’eco emotivo. I suoi paesaggi vivono sul confine tra presenza e sparizione, come se emergessero solo per un istante, prima di ricadere nel buio da cui arrivano.

Negli ultimi anni il suo linguaggio si è fatto più materico, più punk, più fisico. La fotografia non è più soltanto un’immagine, ma un oggetto da toccare, ferire, piegare, consumare. Andrea ritorna all’analogico ma usa anche il cellulare, scrive sulle stampe, riscannerizza, stampa su tessuti, plastiche, superfici irregolari; lavora per sottrazione, spingendo la palette verso una riduzione drastica, lasciando che siano luci e ombre a costruire il peso emotivo della scena. L’immagine si piega, si graffia, si ricompone. Diventa corpo.

In un tempo dominato dall’iper-digitalizzazione, Kasap rivendica la necessità dell’imperfezione, di un’immagine che sappia respirare e che porti addosso i segni del proprio vissuto. Le superfici rovinate, le texture non decorano: raccontano. E nei suoi lavori più recenti, gli spazi appaiono come carcasse vive, luoghi che sembrano ricordare qualcosa che non appartiene a nessuno, che riaffiora solo per un attimo, come un lampo o un deja-vu collettivo.

Photographyreportage
Scritto da Anna Frattini

Editor's Picks

x
Ascolta su