Da cinque anni Forever Is Now trasforma l’altopiano di Giza in un luogo di passaggio tra epoche, un ponte aperto in cui l’arte contemporanea si misura con il peso (e la potenza) di una delle più antiche narrazioni dell’umanità. La nuova edizione, visitabile fino al 6 dicembre 2025, è un rituale collettivo che torna a interrogare il tempo, la memoria, la permanenza.

Curata da Art D’Égypte / Culturvator e dalla sua fondatrice Nadine Abdel Ghaffar, la mostra riunisce dieci artisti internazionali, ciascuno chiamato a interpretare l’idea di “forever” in dialogo con le Piramidi. Non come semplice sfondo, ma come entità viva, simbolo di un’umanità che ha tentato di ancorare la propria presenza all’eternità. Nel deserto di Giza i materiali diventano linguaggi, i simboli si ricodificano, e ogni installazione diventa un varco in cui passato e futuro smettono di essere opposti.

Michelangelo Pistoletto porta una nuova versione del Terzo Paradiso, costruita con scarti di marmo provenienti da cave di tutto il mondo. È un gesto che trasforma il residuo in possibilità, che parla di rigenerazione e di un equilibrio ancora possibile tra natura e artificio. Vhils invece usa porte raccolte al Cairo: le incide, le apre metaforicamente, le trasforma in soglie che custodiscono volti, storie e tracce di un’umanità fragile a confronto con l’immobilità millenaria delle Piramidi.

Mert Ege Köse guarda al simbolo del Shen, un anello di protezione e infinito, e lo reinterpreta in forme monumentali che sembrano sospendere il tempo. Recycle Group, con la loro installazione Null, raccontano l’altra faccia della nostra epoca: figure umane intrappolate in una rete di plastica, metafora di un presente inghiottito dalla dimensione digitale.

J-Park infonde nella sabbia una struttura triangolare che parla attraverso codici numerici e riflessi di acciaio: un dialogo tra matematica antica e noise digitale, tra cosmologia e glitch. Alex Proba e SolidNature trasformano marmi e onici in Echoes of the Infinite, un’architettura fluida che richiama il loto, lo scarabeo, la Via Lattea. Le superfici cambiano con la luce, come se la materia stessa respirasse insieme alle Piramidi.

Nadim Karam porta tre “fiori del deserto”, realizzati con materiali riciclati: REBIRTH, SUN, CREATION sono totem che parlano di metamorfosi, di memoria e di resilienza. Ana Ferrari invece dà forma al vento: WIND è una spirale di ventuno flauti metallici che trasformano le correnti del deserto in un paesaggio sonoro, un’eco cosmica che risuona tra sabbia e cielo.

Con White Totem of Light King Houndekpinkou intreccia Benin, Giappone ed Egitto in un unico corpo ceramico, un altare contemporaneo che parla di protezione e spiritualità condivisa. Chiude il percorso l’artista egiziana Salha El Masry, che reinterpreta un anello reale in una struttura monumentale dedicata a Maat, la dea dell’ordine e della giustizia. Il testo inciso dal Libro dei Morti diventa così un patto visibile tra potere e popolo, un invito a guardare l’eternità non come destino, ma come responsabilità.

La forza di Forever Is Now, anche quest’anno, sta nel suo essere attraversamento: un’esperienza che non si limita a celebrare la grandezza dell’antico, ma che lo riattiva, lo rilancia nel presente. Ogni opera è un gesto che rende la storia ancora vulnerabile, ancora aperta, ancora ascoltabile. D’altronde, davanti alle Piramidi di Giza, l’arte non può che fare questo: ricordarci che l’eternità non è un monumento, ma una domanda che continua a interrogarci, sospesa nel tempo.
