Nel 1796 il critico francese Quatremère de Quincy pubblica un pamphlet contro il furto di opere d’arte eseguito dall’esercito di Napoleone, giustificato dal diritto di conquista sui territori invasi dall’Imperatore. Riferendosi in particolare alla requisizione delle opere d’arte di Roma trasportate a Parigi, Lettere a Miranda diventa uno dei testi più illuminati sulla tutela del patrimonio. Quatremère de Quincy concentra la sua critica sulla Teoria del Contesto, sostenendo che solo nel luogo in cui sono state pensate per essere esposte, le opere hanno valore. Solo così identificano sia i temi dell’opera che il contesto culturale nel quale sono inserite.
Dalla Rivoluzione Francese questo pensiero è entrato sempre più nel dialogo sull’arte, con riferimento particolare alla Street Art, sempre più estirpata dai muri delle città a favore di mostre all’interno di musei a pagamento.
Il tema è tornato attuale questa settimana, quando l’artista spagnolo Gonzalo Borondo ha cancellato con della vernice spray bianca una sua opera, esposta a Torino in occasione della mostra “Street Art in Blu 3”. In origine l’opera era stata realizzata intorno al 2005-2007 sul muro di una caserma abbandonata di Bologna, per poi essere asportata senza il permesso di Borondo. Non sappiamo se a realizzare la protesta sia stato lo stesso artista, che ha comunque rivendicato l’atto attraverso alcune Instagram stories pubblicate mercoledì sul proprio profilo.
Quello di Gonzalo Borondo non è certamente un atto di vandalismo, né una contro performance per complicare i significati dell’opera, promuovendo allo stesso tempo la mostra nel Teatro Colosseo di Torino. Le bombolette spray che coprono il quadro – che ritraeva un uomo e una donna seduti a un tavolo con la testa chinata – non hanno lo stesso significato della macchina che ha tritato “Girl with a Balloon” di Banksy. L’intenzione in questo caso è privare tutti dell’opera se questa non può essere, realmente, alla portata di tutti. L’artista spagnolo in passato ha dato il consenso alla realizzazione di mostre che includessero alcune sue opere, purché gratuite e nelle disponibilità di tutti. Ormai concluso il dibattito tra artisticità e vandalismo, difendere una propria opera come ha fatto Borondo è un modo per rivendicarne il valore.
I musei hanno in molti casi sfruttato il successo commerciale della street art, allestendo mostre “facili” da recepire da un pubblico generalista, sfruttando l’effetto stupore-condivisione su Instagram. In passato Milano ha ospitato Keith Haring, Jean-Michel Basquiat e lo stesso Banksy, quest’ultima (guarda caso) senza il consenso dell’artista. Un altro precedente citato proprio da Borondo su Instagram è quello dell’artista Blu, che a Bologna cancellò nel 2016 tutte le sue opere, come protesta nei confronti della mostra “Street Art. Banksy & Co. – L’arte allo stato urbano”, che esponeva opere strappate alla città.
Continua quindi il grande tema della privazione e privatizzazione della Street Art, che crea un contrasto di significato con i presupposti con i quali questa corrente artistica è nata. Non coinvolgere gli artisti, chiudere dentro a edifici istituzionali le opere e dare un prezzo al prodotto condiviso da una comunità, non è democratizzazione dell’arte. È giocare a fare Napoleone.
