Cortona On The Move (COTM) è uno dei pochi festival in Italia che può permettersi di guardarsi indietro senza nostalgia e avanti senza retorica: inizialmente dedicato al linguaggio del reportage e della fotografia documentaria, negli anni questo Festival ha accompagnato – e in parte anticipato – la trasformazione del mezzo, aprendosi a pratiche ibride, a nuove narrazioni e a una crescente complessità dei temi affrontati. In un luogo solo apparentemente fuori dal tempo, Cortona si trasforma ogni anno da 15 anni in un osservatorio privilegiato sul presente, in cui la fotografia diventa un dispositivo critico per leggere il mondo, le sue fratture e le sue urgenze. In questa conversazione con Veronica Nicolardi, direttrice del Festival, proviamo a capire cosa distingue davvero COTM oggi, quali sono le sue responsabilità culturali e che tipo di occasione rappresenta per chi fotografa.
Cortona On The Move è nato con una forte attenzione al viaggio come chiave narrativa e dispositivo simbolico per la lettura del mondo, un asse che però nel tempo si è trasformato. Come si è evoluto questo impianto originario e quali sono oggi i pilastri che definiscono l’identità del festival?
Il festival è nato con il viaggio come chiave di lettura del mondo, ma fin dall’inizio non lo abbiamo mai inteso come viaggio fisico. Era – ed è – un viaggio culturale, uno spostamento continuo di sguardo verso la contemporaneità: un invito a interrogare il reale attraverso la fotografia e la sua continua evoluzione. Questo è ciò che hanno voluto i suoi tre fondatori: Alessio Barbini, Antonio Carloni e Nicola Tiezzi.
Quel fondamento non è scomparso. Dal 2013, anno in cui sono entrata a far parte del team, ne ho visto la trasformazione: oggi il viaggio coincide con l’attraversamento dei linguaggi, dei territori culturali e delle forme della fotografia contemporanea, in un movimento costante che rispecchia la natura stessa del festival.
I pilastri attuali sono:
- la ricerca di nuovi modi di raccontare il reale;
- l’attenzione ai linguaggi ibridi e ai processi visuali contemporanei;
- la produzione originale e la relazione con il territorio;
- il dialogo con un pubblico ampio, non specialistico.
In questo senso, Cortona On The Move rimane fedele alla sua origine: un festival in continua trasformazione, che considera la fotografia non un punto fermo, ma un territorio in movimento.
La struttura espositiva del festival – dalla Fortezza del Girifalco agli spazi del centro storico – crea un dialogo continuo tra immagini, architettura e paesaggio. In che modo questa geografia del borgo orienta la selezione degli autori e la costruzione dei progetti e qual è il progetto che secondo te negli anni è stato più capace di mettere in dialogo il tema dell’edizione con i luoghi di Cortona?
Gli spazi di Cortona non sono mai stati semplici contenitori: sono parte integrante del racconto.
Ogni artista che esponiamo deve confrontarsi con architetture dense di storia, con la Fortezza del Girifalco, con i palazzi talvolta abbandonati e riaperti al pubblico come il Vecchio Ospedale, la Chiesa di Sant’Antonio, e gli spazi del centro. Questo orienta sia la selezione degli autori sia l’impianto dei progetti: alcuni lavori trovano il loro senso proprio nel modo in cui dialogano con il luogo.
I progetti che funzionano meglio sono quelli capaci di trasformare lo spazio in un elemento narrativo, amplificando prima di tutto la forza dell’opera e, di riflesso, la relazione con il tema dell’edizione.
Ricordo in particolare “Trilogy” di Christian Lutz alla Chiesa di Sant’Antonio, “Kathy Ryan & Scott Thode Goin’ Mobile”, “Curated By Kathy Ryan and Scott Thode” al Vecchio Ospedale, l’installazione del progetto europeo “Flaneur” al Parterre, “European Dream. Road to Bruxelles” di Alessandro Penso allestito all’interno di un tir, “Family Love” di Darcy Padilla in Rugapiana 60, “Are They Rocks or Clouds” di Marina Caneve all’interno di Palazzo Cinaglia, “Where Children Sleeps” di James Mollison a Palazzo Baldelli, “Ultima Chance” di Marco Garofalo in un autobus di Autolinee Toscane così come la collettiva Get Rich or Die Tryin’ e “Family Trilogy” di Christopher Anderson e Marion Durand alla Stazione C di Camucia, e “Born to Be Wild” di Simona Kossak all’interno del nuovo Bastione della Fortezza del Girifalco: esempi in cui il luogo non era solo contenitore, ma parte stessa del significato.
Cortona On The Move ha costruito una reputazione solida nell’indagare linguaggi che oscillano tra documentario, archivio, sperimentazione e ibridazione visiva. Qual è oggi il criterio principale che guida la selezione degli autori e cosa distingue il vostro approccio da altri festival internazionali?
Il nostro criterio principale è la necessità, intesa come urgenza contemporanea. Nel tempo i divers* professionist* a cui l’associazione culturale ON THE MOVE ha affidato la direzione artistica – Arianna Rinaldo dal 2012 al 2021 e Paolo Woods e il collettivo Kublaiklan dal 2022 al 2025 – hanno scelto progetti capaci di interrogare il presente, di avere una ragione forte per esistere oggi e di inserirsi nel flusso di ciò che accade nel mondo.
Fin dall’inizio, le loro scelte sono state guidate da ciò che si muove nella società, nelle culture visive, nei linguaggi in trasformazione, in piena coerenza con la filosofia On The Move. La qualità dell’immagine non è mai stata un valore autonomo: hanno sempre cercato lavori che mettessero in discussione i modi del vedere e del raccontare.
La fotografia documentaria è sempre stata un asse fondamentale, ma è stata costantemente messa in relazione con archivi, installazioni, dispositivi multimediali e pratiche ibride. La forma non è mai fissa: si muove, cambia, si adatta ai temi e li amplifica.
Un altro aspetto che caratterizza il festival è la capacità di individuare autori e autrici che, pur non essendo ancora noti nel panorama internazionale, portano nel festival sguardi necessari e visioni originali. Non è una questione di scoperta “prima degli altri”, ma di riconoscere qualità e potenziale là dove spesso non è ancora evidente.
Portare qualcosa di “mai visto” – non come esercizio di novità, ma come apertura verso nuovi immaginari e nuove forme di racconto – è stato ed è tuttora uno dei motori della curatela di Cortona On The Move.
Credo che questa combinazione di rigore documentario, apertura ai linguaggi e attenzione alle voci emergenti sia sempre stata una delle differenze sostanziali tra Cortona On The Move e altri festival.
Una parte significativa delle vostre mostre nasce da produzioni originali o co-produzioni complesse, che richiedono ricerca, tempi lunghi e dialogo costante con gli artisti. Come vi organizzate per sostenere queste produzioni più articolate rispetto a una mostra fotografica tradizionale? In sostanza: quanto è importante che il festival “commissioni” progetti originali piuttosto che limitarsi a ospitare mostre già prodotte, e qual è il bilancio tra autoproduzione e selezione esterna per l’edizione 2026 (se già avete un’idea del programma)?
Una parte importante del nostro lavoro è sempre stata dedicata alle produzioni originali. Questa vocazione – fare del festival un luogo di creazione oltre che di esposizione – si è consolidata durante la mia direzione e quella artistica di Paolo Woods, in parallelo ai profondi cambiamenti che hanno attraversato il mondo dell’editoria.
Un ruolo decisivo lo hanno avuto le collaborazioni con aziende partner, con cui abbiamo sviluppato contenuti capaci di dialogare con il tema del festival e allo stesso tempo rispondere ai loro obiettivi di comunicazione, sempre in coerenza con valori condivisi. Sono processi lunghi, che richiedono ricerca, confronto continuo con gli artisti, sviluppo curatoriale e un lavoro intenso di coordinamento, soprattutto sul piano della comunicazione.
Commissionare e coprodurre per noi è fondamentale: permette al festival di definire un’identità chiara e di contribuire attivamente alla crescita delle e degli artisti. Il bilanciamento tra autoproduzioni e mostre già esistenti varia ogni anno in base alla linea curatoriale, ai partner e alle risorse. Per le prossime edizioni continueremo a investire nella produzione originale, mantenendo però un equilibrio con progetti già realizzati che riteniamo significativi per il discorso del festival.
Il festival intercetta spesso temi urgenti prima che diventino mainstream, mostrando una sensibilità che sembra anticipare le tendenze. Come si struttura il vostro lavoro di ricerca interna per identificare le linee tematiche da esplorare per ogni edizione?
La ricerca è un lavoro continuativo che attraversa l’intero anno: le direzioni artistiche hanno letto progetti, osservato i contesti nazionali e internazionali e costruito un dialogo costante con artist* e altr* espert* del settore. Le linee tematiche non sono mai nate da tendenze esterne, ma da ciò che accade nel mondo. È sempre stata l’urgenza del presente – nelle sue trasformazioni sociali, politiche e culturali – a orientare le scelte compiute dalle direzioni artistiche.
Un’attenta osservazione dei processi globali e dell’evoluzione dei linguaggi visivi contemporanei ha costituito la base del metodo curatoriale, con l’obiettivo di cogliere ciò che è realmente significativo.
Le open call sono uno strumento fondamentale del festival e hanno contribuito a scoprire autori oggi riconosciuti. Puoi spiegare come funzionano, quali tipologie proponete e come vengono inserite nel percorso curatoriale?
Le open call sono state sin dall’inizio uno strumento fondamentale: hanno permesso al festival di far emergere autori e autrici che oggi hanno una visibilità internazionale. Per noi non sono mai state solo un meccanismo di selezione, ma un osservatorio privilegiato su ciò che si muove nella fotografia contemporanea.
Nel tempo abbiamo promosso diverse tipologie di call, ciascuna con una funzione specifica: il Circuito OFF, che apriva il festival alla partecipazione più ampia; Happiness ONTHEMOVE, dedicato al tema della felicità; New Visions, orientata ai linguaggi documentari e sperimentali; Il COTM Photobook Award orientato alla produzione di un libro; il Cortona On The Move Award creato per sostenere e supportare nuovi lavori; e nel 2025 il Cortona On The Move | BarTur Grant, che ha sostenuto concretamente la produzione di nuovi progetti documentari.
In generale, i progetti selezionati entrano nel percorso curatoriale dell’edizione successiva. Anche quando non coincidono esattamente con il tema dell’anno, rispondono pienamente alla filosofia On The Move: uno sguardo contemporaneo, una forte ricerca autoriale, la capacità di leggere il presente.
In generale, tutti i progetti vincitori delle open call entravano nel percorso curatoriale dell’edizione successiva. Anche quando non coincidevano esattamente con il tema dell’anno, rispondendo pienamente alla filosofia On The Move: uno sguardo contemporaneo, una forte ricerca autoriale, la capacità di leggere il presente.
Nel 2023 abbiamo fondato il Premio Vittoria Castagna, singolare e unico nel mondo dei festival di fotografia. È rivolto a giovani in formazione o che abbiano già concluso il loro percorso di studi (max 30 anni) che vogliano operare nell’ambito del marketing e comunicazione per la produzione culturale.
Al/Alla candidato/a chiediamo di presentare un’idea progettuale di comunicazione finalizzata a sviluppare relazioni e collaborazioni con aziende, con l’obiettivo di garantire la sostenibilità nel tempo del festival Cortona On The Move. Il progetto deve offrire alle imprese l’opportunità di raccontare i propri valori e il proprio impegno sociale attraverso il linguaggio visivo, valorizzando la rete nazionale e internazionale del festival. Potrà tradursi in mostre, installazioni, pubblicazioni o campagne di comunicazione, con presentazione all’interno del festival e diffusione sui relativi canali media. La proposta doeve includere analisi del contesto, strumenti operativi, piano di investimenti e risultati attesi.
In un contesto in cui la cultura assume un ruolo sempre più centrale nelle strategie di aziende e istituzioni, questa figura professionale è in grado di tradurre esigenze e visioni in progetti capaci di sostenere la produzione artistica e coinvolgere attivamente il pubblico.
Ogni edizione riceve molte candidature di qualità attraverso le call, ma solo alcune diventano parte del festival. Quali criteri determinano la trasformazione di una proposta selezionata in una mostra vera e propria? Quali errori ricorrenti notate nelle candidature?
Le open call nascono con l’obiettivo di offrire l’opportunità di esporre a Cortona, e questo significa che uno dei criteri fondamentali di selezione è la capacità di immaginare il progetto all’interno del festival: nei suoi spazi e nel suo ritmo. Non tutte le proposte selezionate diventano automaticamente una mostra, perché viene valutata anche la fattibilità dell’allestimento, la maturità del lavoro e, quando possibile, la sua coerenza con la visione curatoriale dell’edizione.
Gli errori più frequenti nelle candidature hanno generalmente riguardato:
- portfolio troppo ampi e privi di una struttura narrativa chiara;
- statement generici o, al contrario, eccessivamente teorici e poco aderenti al lavoro;
- progetti non ancora maturi per una forma espositiva;
- mancanza di consapevolezza del contesto in cui si propone il lavoro, e quindi difficoltà a immaginarlo inserito nel festival;
- budget poco chiari o incoerenti, soprattutto nei bandi che hanno richiesto una previsione economica;
- progetti già pubblicati o già completati, che non potevano rientrare in call pensate per lavori in corso.
Il nostro obiettivo è sempre dare spazio a lavori solidi, necessari e realmente esprimibili nella dimensione espositiva di Cortona On The Move.
Il festival ha collaborazioni importanti – istituzioni culturali, fondazioni, partner corporate – che sostengono e ampliano le possibilità produttive. Qual è oggi la sfida principale nel mantenere questa rete viva e qualitativamente alta, e come influenza la programmazione del festival e la linea curatoriale?
La nostra rete di partner è fondamentale per garantire qualità e possibilità produttive. Con i partner più rilevanti abbiamo costruito una relazione che è diventata una vera e propria alleanza strategica, basata sulla coprogettazione culturale e sulla creazione di contenuti originali. Penso a Intesa Sanpaolo e Gallerie d’Italia, ad Autolinee Toscane, a Medici Senza Frontiere.
I rapporti con istituzioni, fondazioni e realtà corporate rendono possibili progetti complessi e coproduzioni che altrimenti non riusciremmo a sostenere. Soprattutto rappresentano uno strumento per supportare gli/le artist*, per noi obiettivo fondamentale. Un esempio importante è la collaborazione con Photo Elysée Museum, con cui abbiamo presentato nell’ultima edizione Inferno & Paradiso di Alfredo Jaar. La sfida principale è mantenere l’equilibrio tra sostenibilità economica e indipendenza curatoriale: costruire progetti ambiziosi senza rinunciare alla nostra identità richiede dialogo costante, fiducia reciproca e una chiara definizione dei valori condivisi.
Inoltre, oggi è sempre più difficile trovare nuovi partner disposti a investire nella cultura, mentre allo stesso tempo è ambiziosa e delicata la sfida di mantenere quelli fidelizzati, offrendo e ricercando con e per loro progetti coerenti e di qualità. Questa rete non determina i contenuti del festival, ma ne rende possibile la realizzazione. Lavoriamo affinché ogni collaborazione rafforzi la nostra linea curatoriale e affinché il festival resti un luogo di produzione culturale libera, credibile e sostenibile.
La durata estesa del festival e il contesto turistico di Cortona portano un pubblico estremamente diversificato. Come garantite un’esperienza di visita che resti profonda, evitando che le mostre vengano percepite come un semplice passaggio turistico?
La durata estesa del festival e il contesto turistico di Cortona portano un pubblico molto diversificato per provenienza, età, formazione e aspettative. La sfida, per noi, non è ridurre questa diversità, ma farla diventare una risorsa. Le mostre sono progettate perché funzionino su più livelli: chi arriva senza competenze specifiche può entrare nei lavori grazie alla loro forza visiva e narrativa; chi invece possiede strumenti critici più strutturati trova profondità, riferimenti e complessità. Investiamo molto nella qualità degli allestimenti e nella relazione con gli spazi: a Cortona ogni sede ha un carattere forte, e cerchiamo di fare in modo che le opere dialoghino con l’architettura e con il tempo della visita, così che chi entra non “scorra”, ma si fermi, osservi, si interroghi.
L’obiettivo non è contrastare il turismo, ma offrire a chiunque – dal visitatore occasionale allo specialista – un’esperienza che attivi attenzione e curiosità. Se anche una visita breve diventa un momento di riflessione, allora il festival ha raggiunto il suo scopo.
Dopo 4 anni, Paolo Woods passa a Renata Ferri il testimone della direzione artistica di Cortona on The Move. Un cambiamento significativo nella storia recente del festival che aveva già debuttato con la Direzione artistica decennale di Arianna Rinaldo. Come hai gestito queste transizioni, e quali aspetti ritieni cruciali per garantire continuità senza rinunciare a una nuova evoluzione del festival?
Il festival ha avuto due fasi importanti: una lunga con Arianna Rinaldo e una più breve ma altrettanto incisiva con Paolo Woods. Ogni transizione è stata gestita con attenzione alla continuità, alla memoria e al patrimonio costruito negli anni. Il passaggio da Arianna a Paolo è stato per me un momento cruciale: coincideva con l’inizio della mia direzione generale (dopo quella di Antonio Carloni) ed è stato l’occasione per riflettere sui punti di forza e di debolezza del festival. Dovevo accompagnare una nuova visione artistica e, allo stesso tempo, affermare la mia. Con Paolo ci siamo allineati per costruire insieme un equilibrio tra identità e rinnovamento.
Il passaggio a Renata avviene dopo quattro anni di questo percorso e lo vivo con maggiore maturità: ascoltando e supportando ciò che porta e trasmettendo e preservando ciò che abbiamo costruito finora. Non significa chiudersi al cambiamento, ma integrarlo. Di Renata, oltre alla visione artistica, apprezzo profondamente la professionalità e l’apertura alla multidisciplinarietà: un terreno su cui ci siamo trovate subito e che rappresenta una direzione che desideravo sin dall’inizio.
Per me gli aspetti cruciali restano: valorizzare sempre l’identità del festival e trasmettere ciò che esso è per l’associazione culturale On The Move e per me; accompagnarne l’evoluzione con una visione chiara; integrare nuove energie senza perdere ciò che rende COTM riconoscibile.
La continuità non è immobilità e l’evoluzione non è rottura: il nostro lavoro è trovare, ogni volta, il punto di equilibrio.

Leggi anche: PhotoDesk – Fotografia Calabria Festival
