Art Il banchetto di Giulia Messina da L.U.P.O.
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Il banchetto di Giulia Messina da L.U.P.O.

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Giorgia Massari
giulia messina

Sono venuta a sapere solo qualche giorno fa che la mostra CADAVRE EXQUIS di Giulia Messina (1998) da L.U.P.O. Gallery è stata prorogata fino al 14 giugno. Avevo già seguito la performance inaugurale del 10 aprile che consisteva in una cena performativa all’interno degli spazi della galleria – con la sua deliziosa vista su Porta Venezia -, incuriosendomi non poco. Memore della mia recente indagine sul collettivo gobyfish – che fa arte mangiando, intendendo i pasti come veri e propri rituali in un’ottica di condivisione e di collaborazione -, ho voluto approfondire l’intervento di Messina per capire invece la sua visione sul cibo. Se gobyfish concentra la sua ricerca sul cibo come strumento di dominio, il filo conduttore che lega tutte le opere di Messina in mostra da L.U.P.O. è l’esplorazione del corpo e del cibo intesi come “organismi viventi soggetti alla temporalità”. Il grottesco e la comicità, così come la repulsione e l’attrazione sono stati il punto cardine intorno al quale è ruotata tutta la performance ma, allo stesso modo, sono le stesse sensazioni che i suoi dipinti e le sue sculture evocano.

lupo

Al centro della tavola imbandita di Giulia Messina vi è l’elemento scultoreo che anima la mostra. Un corpo umano sezionato composto da diverse parti in ceramica. Qui il banchetto diventa un pretesto per esplorare il tema dell’antropofagia, ovvero quella pratica antica, propria di alcune culture, che consiste nel cibarsi di carne umana. L’aspetto ambiguo è decisamente dettato dai colori vivaci che decorano il corpo candido, così come dalle vivande, anch’esse gioiose per forma e colori, cariche di una vitalità che cela ai commensali la drammaticità del tema, in realtà esplicitato ampiamente. Qui gli ospiti, accomodati a tavola dopo una calorosa accoglienza da parte dell’artista, mettono in moto la vera opera d’arte – necessariamente partecipativa – attivandola con i loro gesti, modificandola, svuotandola, contribuendo al suo primo momento mutativo. Sarà poi il tempo a dettare la degradazione del cibo che, come un cadavere, si fa poi reliquia fino a dissolversi attraverso un processo che è assolutamente ripugnante, per tornare al contrasto attrazione-repulsione sopracitato.

Le opere che Messina espone a parete da L.U.P.O., in quella che per un limitato periodo diventa a tutti gli effetti la sua sala da pranzo, sembrano accompagnare, suggerire, ma anche documentare in qualche modo, l’atto avvenuto durante la cena performativa di apertura. Come a prevedere uno scenario già sperimentato prima dall’artista che nel panorama contemporaneo si configura come «l’artista numero uno che si occupa di set da tavola post-evento, noti come “feste performative”». Un aspetto curioso di quelle che in foto appaiono come tele in acrilico è proprio la tecnica che Giulia Messina utilizza. Pennarelli a base d’acqua su carta, che sceglie volontariamente di non rifinire, ma anzi, di lasciarne le tracce di prove colore ai bordi. Questo dettaglio senza dubbio conferma l’onestà di opere che potrebbero tranquillamente essere scambiate per digitali data la precisione e l’effetto olografico che conservano alcuni dettagli. I colori così saturi, come se tutto fosse esposto alla luce di un forte flash, svelano e disvelano l’aspetto attraente e ripugnante che il cibo – qui inteso come carne, materia viva e poi morta – implica nelle sue diverse forme. Da sodo, succoso, liscio, vitale a raggrinzito, sgualcito, putrefatto, macerato.

giulia messina
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Courtesy Giulia Messina, L.U.P.O. Lorenzelli Project

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Scritto da Giorgia Massari
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